SINODO MEDIO ORIENTE
In preparazione al Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente (dal 10 al 24 ottobre, in Vaticano), gli intellettuali cattolici di Pax Romana, il Movimento internazionale degli intellettuali cattolici (Miic) e il Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic) hanno promosso un workshop a Roma, sul tema “Comunione e Testimonianza” (6-9 ottobre). A conclusione del workshop, sarà presentato un documento finale, da offrire come contributo ai padri sinodali. Nel corso dei lavori, p. Rafiq Khoury, parroco di Bir Zet, del Patriarcato latino di Gerusalemme, tra gli esperti al Sinodo, ha illustrato il documento “Kairos”, elaborato da alcuni mesi dai cristiani che vivono in Palestina: “Un momento di verità, una parola di fede, speranza e amore dal cuore dei palestinesi feriti”. Il documento si compone di cinque parti: analisi della situazione attuale, la parola di fede, segni di speranza, il comandamento dell’Amore e la resistenza all’oppressione con strumenti di pace, il messaggio alla Chiesa e al mondo.
Senza far rumore. Mons. Paul Hinder, vicario apostolico di Arabia, ha riferito che i cristiani in Medio Oriente, in particolare nei Paesi del Golfo, vivono “un’esperienza simile alle comunità dei primi secoli: sono stranieri, provenienti per lo più da India, Filippine e Pakistan, una minoranza, a mala pena tollerata, poco sicura e poco integrata nella società”. Sono comunità che “vivono senza far chiasso”, ma “vivaci nella fede”. “C’è una limitata libertà di culto, ma manca la libertà religiosa, la libertà di coscienza”. E ci sono “pressioni” di vario tipo perché i cristiani si convertano all’islam: per esempio, “sono esclusi dalla carriera e discriminati, i figli di matrimoni misti sono obbligatoriamente musulmani”. In Arabia Saudita, rispetto a dieci anni fa, c’è “qualche segnale di miglioramento”. “Il governo tollera che i cristiani si riuniscano in piccoli gruppi, senza far rumore”. Per mons. Hinder, nei Paesi arabi è “urgente la comunione tra le minoranze cristiane”. William Gois, coordinatore del Forum dei migranti dell’Asia, ha presentato la condizione dei cristiani nei Paesi arabi, da “migranti”. La Libia, in particolare, è terra d’immigrazione, in gran parte per donne che cercano lavoro come badanti o operaie. “Questi cristiani si collocano ai gradini più bassi della società, sono sfruttati e discriminati”. Un “popolo invisibile”, per il quale “la religione deve diventare motivo di pace e di promozione di valori spirituali e materiali”. Infatti, “la gravità della violazione dei diritti umani che avviene dipende dall’etnia, dalla nazionalità, dalla religione, dal livello economico”. Per padre Rafiq Khoury, “la situazione in Terra Santa è diversa da quella del Golfo: qui i cristiani vivono da 2 mila anni, sono a casa propria, fanno parte del popolo palestinese”. Per p. Khoury, la pace, qui, può realizzarsi soltanto “a condizione che si riconosca a questo popolo un proprio Stato”. Ecco, allora, che i cristiani palestinesi si sono espressi insieme nel documento “Kairos”, per “sostenere forme di resistenza all’oppressione con mezzi pacifici, come un dovere e non soltanto un diritto” e per cercare di “responsabilizzare la comunità internazionale. L’Occidente ha una grande responsabilità per la pace in Medio Oriente”.
La teologia della Visitazione. “La Chiesa cattolica in Medio Oriente – è il pensiero di suor Katia Antonios Mikhael, della Caritas del Medio Oriente e Nord Africa (Mona) – promuove un’etica della persona al centro della cultura e difende la dignità dell’essere umano e di ogni creatura, soprattutto dei più deboli”. Per la saveriana libanese, “i media e le istituzioni educative hanno un ruolo importante per comunicare, per veicolare questo messaggio etico”. Al momento, “i cristiani che vivono in Medio Oriente si trovano al bivio tra due vie: il ripiegamento su se stessi e la propria comunità e la fuga”. Il Sinodo può aiutare ad “aprire una terza via: la via della missione, come vocazione alla comunione e alla testimonianza”. E dunque, “è importante che si realizzi la comunione tra le comunità cristiane anche a livello educativo”, per “trasmettere il nucleo essenziale della tradizione cristiana”. I cristiani nei Paesi mediorientali non superano solitamente lo 0,5% della popolazione. Un caso a parte è rappresentato dal Libano, dove toccano quasi il 40%. In Egitto vivono quasi la metà dei cristiani di tutto il Medio Oriente. “Il fanatismo islamico non ha radici religiose, ma socio-politiche, nasce da una condizione di oppressione economica”, ha continuato la saveriana. In Medio Oriente, ha affermato suor Mikael, bisogna promuovere “una Teologia della Visitazione, sul modello dell’incontro tra Maria ed Elisabetta”: “Una teologia della fiducia, dell’accoglienza e dell’ospitalità”, di “collaborazione” tra cristiani e musulmani. La “sfida” per i cristiani è di “essere missionari, non nel senso di un proselitismo religioso, ma della testimonianza di autentici cristiani”.
(08 ottobre 2010)