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Una grande svolta

Entro l’anno il Servizio europeo per l’azione esterna

Gli Stati difendono la propria sovranità in politica estera con particolare gelosia e caparbietà, perché, evidentemente, ciò che conta in questo settore è l’affermazione dell’identità di Stato nazionale, ossia distinguersi da altri attori, nonché la libertà di autodeterminare la propria posizione all’interno del sistema internazionale. Ciò spiega il motivo per cui il processo di sviluppo di una politica estera europea sia così difficile e interminabile, sebbene proprio in questo caso sia particolarmente urgente promuovere l’azione comune, poiché nella globalizzazione i singoli Stati membri dell’Unione europea, da soli, non possono fare granché. Ora, sembra che la svolta decisiva sia finalmente imminente. Nel corso dei mesi estivi, il Consiglio dei ministri, la Commissione e il Parlamento europeo, grazie anche a negoziazioni tra queste istituzioni, hanno deciso adoperarsi per ottenere che il Servizio europeo per l’azione esterna possa avviare la propria attività entro la fine dell’anno. Questo servizio, con cui l’Unione europea crea una propria diplomazia indipendente, opererà sotto la guida e la responsabilità di Catherine Asthon, alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, nonché vicepresidente della Commissione europea. L’organismo sarà composto da funzionari delle istituzioni europee (Consiglio e Commissione) e degli uffici esteri degli Stati membri. In tal modo, esso potrà collegarsi alle esperienze e alle conoscenze della diplomazia tradizionale degli Stati nazionali, così come a quelle relative alle politiche comuni promosse dalla Commissione in particolari settori (politica del commercio estero, dello sviluppo, di vicinato, e così via). Questo strumentario, comprendente anche le rappresentanze diplomatiche in tutto il mondo, dovrà dapprima liberare la formazione del consenso in politica estera dalla insoddisfacente, pesante e inefficace situazione dei negoziati tra gli Stati membri; la formazione del consenso dovrà diventare un processo organico da compiersi all’interno di un’istituzione comunitaria. Ciò consentirà un’analisi comune della situazione, creando così le condizioni per una politica fondata sulla prospettiva dell’Unione. Perché una strategia politica coerente può essere realizzata solo sulla base di un’analisi su cui vi sia piena intesa. Nella cooperazione classica tra i diversi ministeri degli esteri, il giudizio comune della situazione è oggetto di negoziazione tra differenti punti di vista nazionali. Un’analisi basata su una “fusione” guidata dall’interesse dell’Unione non può nascere in questo modo. Al contrario, in futuro, mediante il servizio diplomatico dell’Unione sarà possibile creare un’analisi di questo tipo, basata su una “fusione europea”.Ciò non significa che le esperienze, le valutazioni e le sensibilità nazionali nella politica estera europea non debbano più svolgere alcun ruolo. Gli Stati membri restano liberi di utilizzare le risorse diplomatiche per esercitare il proprio influsso nei settori che ritengono più interessanti. Ciò deve tuttavia avvenire in stretta collaborazione con il servizio diplomatico dell’Unione e all’insegna di un supporto reciproco. È importante che le prospettive nazionali non siano più determinanti per l’elaborazione della politica estera dell’Unione; devono essere invece determinanti le prospettive comunitarie e l’interesse dell’Unione, che è qualcosa di più di una somma o di una rassegna degli interessi nazionali. Le strutture e le procedure che dovranno essere create con il nuovo servizio diplomatico si differenziano perciò sostanzialmente dai precedenti tentativi di formulare e guidare una politica estera comune dell’Unione europea. Sia nel caso della cooperazione politica europea, praticata fin dagli anni Settanta, sia in quello della politica estera e di sicurezza comune, sviluppata negli anni Novanta, si trattava fondamentalmente di processi di consultazione che solo in casi eccezionali condussero ad azioni e progetti comuni, per lo più per controllare le crisi. Non erano in grado di garantire una politica estera e di sicurezza duratura, coerente, strategicamente fondata.In tal modo, si apre finalmente per l’Unione europea la possibilità di trovare un’identità anche in questo importante campo. Il significato di questa prospettiva per l’ulteriore sviluppo del processo di unificazione non va sottovalutato. Perché accanto alla moneta unica, è soprattutto la sua politica estera a rendere riconoscibile come soggetto autonomo e solidale un istituto comune nelle relazioni internazionali e nella realtà globalizzata del mondo di oggi e di domani, mettendolo in condizione di assumere le proprie responsabilità per sé nel mondo e verso il mondo.