cattolici-ortodossi
Intervista al card. Peter Erdo, presidente del Ccee
“Relazioni Chiesa-Stato. Prospettive teologiche e storiche”. Questo il tema del Secondo Forum cattolico-ortodosso che si è svolto dal 18 al 22 ottobre a Rodi, su invito di Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo. L’incontro è ospitato dal Metropolita Kyrillos di Rodi e si pone sulla scia tracciata dall’ “esperienza positiva” del 1° Forum che si è svolto a Trento nel 2008 sul tema della famiglia. A Rodi, erano presenti 17 delegati del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa della Chiesa Romano Cattolica e 17 rappresentanti delle Chiese Ortodosse in Europa. I partecipanti hanno anche lavorato alla redazione di un messaggio finale. “Non un documento di valore normativo, né un testo obbligatorio per nessuno ma frutto di un lavoro ed espressione della comune convinzione” emersa dagli interventi in questi giorni di dibattito. Ne parliamo in questa intervista con il card. Peter Erdo, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). Che valore hanno questi Forum?“Vorrei prima di tutto ricordare che vi sono vari livelli di contatti tra cattolici e ortodossi. C’è il dialogo teologico portato avanti dalla Commissione mista internazionale che si occupa delle questioni dogmatiche ed è portato avanti dal lato cattolico, dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Poi ci sono altre forme di incontro e dialogo come questo forum continentale europeo che è dedicato a delle questioni morali o di dottrina sociale ma anche di prassi. Vuol dire che noi non vogliamo discutere su principi di teologia, ma in base alle nostre convinzioni teologiche che è condivisa in moltissimi punti, cerchiamo di valutare situazioni che si manifestano nel nostro continente, di elaborare proposte concrete e laddove è possibile, di trovare i modi per agire insieme, con proposte e azioni comuni da presentare alla società”.Significa quindi che nelle dottrine sociali delle Chiese cattolica e ortodosse, moltissimi sono i punti in comune su cui è possibile lavorare insieme?“E’ vero, e questo ci incoraggia molto. Anche in questi giorni ne abbiamo fatto l’esperienza per quanto riguarda la libertà religiosa e i diversi livelli dei rapporti tra Stato e Chiesa, e quindi l’impegno delle Chiese nelle attività pubbliche per il bene della società, come l’insegnamento, l’assistenza dei malati, l’assistenza sociale. Quindi, sì: esistono punti comuni”.Riguardo al tema dei rapporti Stato/Chiesa, quale situazione sta emergendo in Europa?“E’ molteplice, dato che l’Europa a cui facciamo riferimento comprende sia l’Unione europea che i Paesi rappresentanti nel Consiglio d’Europa. Quindi un totale di 47 Paesi. Vuol dire che le situazioni sono molto diverse, però ci sono elementi che si ritrovano in molte parti del continente: come per esempio il riconoscimento statale, a volte anche economico, delle attività culturali, scolastiche e caritatevoli, portate avanti dalle Chiese”.Quali invece le preoccupazioni che le Chiese stanno esprimendo in questi giorni da questo punto di vista?“Abbiamo un quadro complessivo piuttosto incoraggiante. Significa che dopo il cambiamento politico dell’89, in tutti i Paesi dell’Est e del Centro-Est europeo sono state introdotte nuove leggi e norme per quanto riguardo le attività e il riconoscimento delle Chiese e comunità religiose. La libertà religiosa viene riconosciuta non soltanto come diritto individuale ma anche come diritto che si riferisce alle comunità religiose. Naturalmente è importante che le Chiese e le comunità abbiano anche la possibilità di essere riconosciute secondo le loro proprie strutture, per esempio, secondo la struttura interna che in base alla propria fede, una Chiesa può avere”.Nel suo saluto introduttivo lei parlava di un’Europa sempre più secolarizzata, in cui c’è la tentazione di relegare le Chiese in un fatto privato. Forse questo avviene solo nella parte più occidentale del continente?“Questa tentazione esiste un po’ ovunque. E’ anche vero però che la società europea sta scoprendo la necessità di valori oggettivi anche per evitare l’anarchia, la crisi stessa della società. Esperienza fatta purtroppo nei Paesi dell’Est. La società sta cercando valori condivisi che corrispondono ai valori antropologici che sotto la luce della nostra fede, le Chiese conoscono, ne fanno soprattutto esperienza. Tutto questo perché la ragione dell’uomo è capace di conoscere la verità oggettiva su se stesso e sul mondo. Questa è la nostra comune convinzione. D’altra parte vediamo anche che le società cominciano a prendere atto della necessità di questi valori e verità oggettive e cercano di avere un contatto con le comunità che trasmettono una visione del mondo secondo la fede. Ci si rende conto che lo Stato in sé, separato ermeticamente da qualsiasi gruppo di convinzione religiosa e di fede, non è capace di creare autonomamente o arbitrariamente dei valori. E per questo deve cercare questi valori nella società, e nel cuore degli uomini che vivono nella società. In questo senso le Chiese hanno un ruolo molto speciale da compiere anche per il funzionamento degli Stati”.