INTERDIPENDENZA

Una comunità sociale

Città, immigrazione e identità nazionale

"L’interdipendenza è una realtà ‘data’, oggettiva. L’interdipendenza non è un valore, non è un’utopia, non è un’aspirazione; è la condizione globale nella quale oggi ciascuno di noi, come singolo e come gruppo, già inconsapevolmente vive, studia, lavora, pensa, ama e questo attribuisce all’interdipendenza delle potenzialità e delle prospettive di grande speranza per l’umanità e naturalmente anche per il nostro Paese". A conclusione delle Giornate dell’interdipendenza (Firenze, 22-23 ottobre), il SIR ha parlato con Marco Fatuzzo, presidente del Centro internazionale Movimento politico per l’unità/Focolari, per riflettere su un argomento che "fatica ancora ad affermarsi sul piano della consapevolezza generale".

La città è centrale nei processi d’integrazione e convivenza?
"Senza alcun dubbio. C’è un Dna inscritto nella forma urbana, che ha reso la città ‘l’invenzione più bella dell’uomo’. La città rappresenta il crocevia dove il pensiero politico sperimenta la forza e i limiti delle sue utopie, delle sue visioni progettuali. Oggi più che mai la città è un cardine strategico, dove si misura la legittimità della democrazia e il divario crescente tra istituzioni e società, le asimmetrie del potere e i paradossi della partecipazione dei cittadini, la crisi del welfare e quelle della scuola, della sanità. Puntare l’obiettivo sulla città significa porsi esattamente nel punto di crisi della società moderna e, allo stesso tempo, farne un laboratorio privilegiato per innescare più agevolmente processi d’integrazione e di convivenza, di cambiamento e di ricomposizione sociale".

La capacità di accogliere e valorizzare le risorse degli immigrati passa anche attraverso una diversa organizzazione del lavoro?
"Forse l’unico modo per aiutare oggi anche gli italiani a vivere culturalmente e politicamente la transizione verso una società multietnica, multiculturale, multireligiosa è di considerare gli immigrati come ‘l’espressione più umana della globalizzazione e dell’interdipendenza’, non solo in una prospettiva di sostegno del nostro mercato del lavoro. Probabilmente occorre anche rivisitare il sistema normativo che regolamenta il mercato del lavoro nel nostro Paese, ma soprattutto si avverte la necessità del riconoscimento della dignità dei lavoratori immigrati, sovente soggetti a forme di sfruttamento e illegalità. Una politica che sappia venire incontro alle situazioni di debolezza e di marginalità non è solo solidale, ma è l’unica politica veramente rispettosa della dignità dell’uomo. Chi vede l’ultimo vede tutti, e se si costruisce la città a partire dai più deboli sicuramente essa va poi bene per tutti".

Quali sono le responsabilità della politica nella costruzione di una nuova identità nazionale multiculturale?
"Tutti gli atti internazionali sui diritti dell’uomo, a partire dalla Dichiarazione universale del 1948, e molte delle Costituzioni nazionali, inclusa quella italiana, pongono la dignità umana – da tutelare e promuovere – al centro dei propri assetti giuridici, affermando laicamente il valore inestimabile di ogni persona, al di là delle diversità di genere, di etnia, di credo religioso. Si può dire che è da qui che discendono tutte le responsabilità che la politica è chiamata ad assumersi anche riguardo alla costruzione di una nuova identità nazionale inclusiva. Quando i vescovi italiani evidenziano che ‘il Paese non crescerà se non insieme’, non pensano solo agli squilibri socio-economici fra le diverse aree territoriali di cui tenere conto nel nuovo assetto statale di tipo federale, ma certamente anche alla diversità e alla vitalità di risorse civili, economiche e di capitale sociale rappresentate dagli immigrati".

Ci sono ancora passi da compiere per la tutela dei diritti degli immigrati?
"Sono molteplici i profili degli immigrati presenti oggi nel nostro Paese – regolari e irregolari, rifugiati e richiedenti asilo, rom e vittime del traffico di esseri umani – e corrispondentemente sono altrettanto molteplici le questioni cruciali che essi dettano all’agenda politica: la legalità e la sicurezza, ma anche il lavoro, la casa, la salute, la scuola, i ricongiungimenti familiari, il dialogo interreligioso. La recente Settimana Sociale di Reggio Calabria non ha sottaciuto che si tratta di questioni complesse che non prospettano facili soluzioni, ma ha anche indicato possibili piste prioritarie da percorrere, quale ad esempio l’attribuzione della cittadinanza ai figli degli immigrati nati nel nostro Paese".

In questo percorso d’integrazione, qual è il ruolo dei laici nei confronti della società e della comunità ecclesiale?
"Oggi, solo per esemplificare, non serve più un Comune che eroga servizi, quanto piuttosto una ‘comunità sociale’ in cui i servizi pubblici si integrino con una rete di solidarietà. Il ruolo dei laici in questa costruzione della città come comunità sociale è assolutamente cogente. Spetta ad essi il compito di favorire questa fraternità civile come benessere di ciascuno e della comunità nel suo insieme, e di creare le condizioni perché ciascuno – cittadino, famiglia, associazione, azienda, scuola – possa esprimere la propria personalità e realizzare la propria vocazione dando il meglio di sé".