60° convenzione europea
Riforma della Corte di Strasburgo e più impegno dei Paesi CdE
Occorre riformare la struttura e i meccanismi di funzionamento della Corte europea dei diritti dell’uomo ma, al tempo stesso, i 47 Stati membri del Consiglio d’Europa devono impegnarsi per assicurare che la protezione dei diritti fondamentali dei propri cittadini venga garantita a livello nazionale, così da rendere superfluo ricorrere alla stessa Corte. È, in sintesi, quanto emerso dal convegno internazionale "Storia e attualità della Convenzione europea per la tutela dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nel 60° anniversario della firma" che si è tenuto il 3 novembre a Roma per iniziativa dell’Università "La Sapienza" e della Camera dei deputati in collaborazione con l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. L’incontro si è svolto a Palazzo Barberini, luogo nel quale il 4 novembre 1950 la Convenzione del CdE è stata aperta alla firma dei Paesi membri.
Preservarla e rafforzarla. La Convenzione europea per la tutela dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali è "un corpus di norme giuridiche che protegge i diritti e le libertà di 800 milioni di europei di 47 Paesi" e alla quale "sta per aderire anche l’Unione europea. Sono infatti iniziati i relativi colloqui e sono allo studio le modalità con le quali il Parlamento europeo potrà partecipare alla designazione dei giudici della Corte di Strasburgo". Così Mevlut Cavusogli, presidente dell’Apce, intervenuto al convegno. Di fronte al "recente aumento di retorica estremista e xenofoba" e "alla luce delle nuove sfide che le nostre società devono affrontare ha osservato la firma e la ratifica del Protocollo n.12 sul divieto di discriminazione acquisisce speciale significato e tale proibizione va rafforzata". Cavusogli ha quindi richiamato la "Dichiarazione di Strasburgo" adottata lo scorso 20 ottobre per condannare l’emarginazione dei rom, 10-12 milioni distribuiti nei 47 Paesi CdE, e ha ribadito l’urgenza che "i Parlamenti nazionali promuovano misure a favore della loro integrazione". Soffermandosi sulla Corte europea dei diritti dell’uomo, il presidente Apce ha spiegato che tale istituzione "ha fatto rispettare in maniera efficace i diritti affermati nella Convenzione che ha sempre saputo interpretare alla luce delle nuove realtà". "La Convenzione, strumento dinamico e potente per il consolidamento dello stato di diritto e della democrazia, ci ha aiutato a costruire un’Europa unita, ed oggi ha concluso è nostro compito preservarla e rafforzarla ulteriormente".
Tutelare i diritti a livello nazionale. Aprendo i lavori, il presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini aveva osservato che in troppe parti del mondo "il diritto alla vita e la dignità della persona non sono riconosciuti come valori assoluti e indiscussi" e che occorre confutare "l’erroneo convincimento che scaturisce da una sorta di relativismo etico e da un malinteso realismo politico-economico" secondo il quale "in taluni Paesi di recente industrializzazione, la puntuale tutela dei diritti della persona rappresenterebbe un fattore di freno alla crescita". Sono 120 mila i ricorsi attualmente pendenti presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, oltre la metà provenienti da Russia (28,1%#, Turchia #11%#, Ucraina #8,4%) e Romania (8,2%), "e potrebbero rapidamente triplicarsi se essa godesse di maggiore notorietà in Europa", ha detto Claudio Zanghì, docente di diritto internazionale all’Università "La Sapienza". "La prima tutela dei diritti non si fa a Strasburgo, ma all’interno degli Stati nazionali" ha sottolineato: di qui l’invito ai giudici di questi ultimi a "fare una corretta applicazione della Convenzione". Tentando di comprimere il numero dei reclami irricevibili che costituiscono il 90% di tutte le pratiche, il Protocollo n.14 della Convenzione, che introduce nuovi criteri di ammissibilità, "avrebbe dovuto ridurre i carichi di lavoro della Corte"; tuttavia, entrato in vigore il 1° giugno di quest’anno, "già dimostra secondo Zanghì la propria inadeguatezza".
Cooperazione Ue-CdE. "In maggio sono stati avviati i negoziati per l’adesione dell’Ue alla Convenzione europea che dovrebbe verificarsi nel giro di qualche anno" ma "qualsiasi scenario concorrenziale tra le Corti di Strasburgo e di Lussemburgo appartiene al passato" perché "il Trattato di Lisbona, che incorpora la Carta dei diritti fondamentali Ue nei Trattati, incorpora anche la Convenzione del Consiglio d’Europa". A sgombrare il campo da possibili rischi di "pretese esclusività di competenze" tra le due istituzioni è Guido Raimondi, giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo, che sottolinea: "Il fatto che l’Unione europea abbia accettato di ancorare i colloqui negoziali al CdE senza pretendere un forum neutro ne lascia intravedere lo spirito di collaborazione". Secondo il giudice "con l’adesione dell’Ue alla Cedu l’architettura europea verrà ulteriormente consolidata". Nei suoi oltre cinquant’anni di vita, ha concluso, la Corte di Strasburgo ha emesso più di 12 mila sentenze e "ha sviluppato tecniche interpretative sempre più raffinate integrando il processo di sviluppo sociale e scientifico nei suoi ragionamenti". Per il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, "nella tutela dei diritti umani" la Corte "rappresenta anche al di fuori dell’Europa un modello e un punto di riferimento per la giurisprudenza, le istituzioni e la società civile".