LEONE TOLSTOJ

Via dalla pazza folla

Cent’anni fa moriva il grande scrittore

Alle sei del mattino di un rigido sette novembre (secondo il calendario giuliano) di cent’anni fa moriva nella stazioncina ferroviaria di Astrapovo, fuori dalle grandi rotte di comunicazione della Russia d’allora, il conte Lev Nicolaeviè Tolstoj. Che ci faceva in quella sperduta stazione, alla bella età di ottantadue anni, un famoso scrittore, conosciuto in tutto il mondo, fondatore di una nuova forma di socialismo evangelico e scomunicato dalla Chiesa ortodossa russa? Semplicemente fuggiva. Dal mondo, dalla moglie, dai figli, dalla società. Da sé, soprattutto.
Agiatissimo nobile, nato nella tenuta di Jasnaja Poljana, aveva alle spalle romanzi come “Guerra e pace” (1869, ma iniziato anni prima), “Anna Karenina” (1877) e “Resurrezione” (1899) e una serie di no! gridati contro tutto e tutti: contro il lusso, contro lo zarismo, contro la religione ufficiale, contro la cultura, non solo quella aristocratica, ma qualunque cultura che non tenesse conto dei bisogni, religiosi e reali, del popolo. Poiché quasi tutti gli scrittori potevano permettersi di essere tali grazie ad una buona situazione economica, e poiché essi parlavano in genere di sé, di amori, di sensualità, di feste da ballo, ecco che quasi tutta la cultura veniva trascinata nella condanna, resa ufficiale dal suo scritto “Che cos’è l’arte” (1897).
Gradualmente Tolstoj aveva reciso i ponti con il suo passato, tentando di assolversi, inutilmente, anche dal fatto di essere uno scrittore, facendo morire suicida (sotto un treno, e non è un particolare da poco: i treni hanno un significato funebre nelle opere e nella vita dello scrittore) la sua eroina Anna Karenina. Eppure Anna era, o almeno sembrava essere, dalla parte della ragione “moderna”: amava un uomo, sacrificava la famiglia a questo amore, si era messa contro tutta la buona società di San Pietroburgo in nome di questo amore. Eccola la contraddizione di tutta una vita, quella di Anna, quello del suo creatore, quella dei nuovi inquietanti ma geniali profeti di sventure perché facevano morire i sogni di felicità di un’umanità ridotta al culto delle cose (già allora!) con i loro personaggi, col sangue del loro sangue, come aveva fatto Flaubert con Emma Bovary, come Fogazzaro per liberarsi dall’ossessione della Marina di “Malombra”.
Tolstoj aveva capito nello stesso tempo il fascino meduseo e l’inutilità di quella vita. Da una parte c’era la passione, che passa sopra matrimoni e figli, il successo, la ricchezza, dall’altra lo sguardo sulla gente cenciosa che con i figli affamati tendeva la mano per strada, la parola del Vangelo che non lasciava dubbi sul campo da scegliere, il rimorso di una vita beata grazie proprio agli stenti del popolo sfruttato. “Io sono complice di queste cose terribili (le condanne a morte dopo i moti contadini del 1905, ndr ), io non posso comunque non sentire come vi sia un’indubbia dipendenza tra la mia stanza spaziosa, il mio pranzo, i miei abiti, il mio tempo libero e quei terribili delitti -che vengono commessi per eliminare coloro che mi toglierebbero di certo ciò di cui godo, se non ci fossero le minacce del governo a trattenerli: io non posso comunque non sentire che ora la mia tranquillità è effettivamente garantita da tutti quegli orrori che vengono commessi dal governo. (…) Non si può vivere così, non posso e non lo farò”: così scrive Tolstoj in “Non posso tacere!”, roso dai sensi di colpa. Ma non lascerà mai completamente quella vita, fino al giorno in cui decise di scappare, di lasciare la fonte di ogni nausea.
Non gli bastava più dare soldi ai contadini, aiutarli a espatriare. Testimoniare significava cambiare vita, non solo comandarlo agli altri. La sua idea di Dio era davvero personale, perché in realtà Dio per lui era l’insieme degli uomini di buona volontà, e Cristo era il liberatore da se stessi, dai propri peccati, non l’uomo dei miracoli e dell’aldilà. Per queste sue personalissime idee fu scomunicato il 22 febbraio dal Sinodo della Chiesa ortodossa come “falso dottore”.
La sua idea di non resistenza al male fu però molto apprezzata da Gandhi e dal pensiero pacifista novecentesco, le sue opere continuano a essere lette e studiate nelle università e nelle scuole, anche se le sue convinzioni religiose continuano a essere considerate eterodosse: la sua parabola esistenziale tuttavia merita il rispetto dovuto allo sforzo di un uomo che tentava di essere coerente con il Vangelo fino alla scelta di andare a morire lontano dagli agi e dalle comodità che la sua posizione sociale gli permetteva e che lui visse come tormento e condanna.

Marco Testi