PUGLIA
Disegno di legge sul servizio idrico
Il disegno di legge “Governo e gestione del Servizio idrico integrato – Costituzione dell’Azienda pubblica regionale Acquedotto pugliese (Aqp)” dopo essere stato approvato dalla Giunta regionale, a maggio scorso, è ora alla attenzione congiunta delle Commissioni consiliari II e V. Il testo stabilisce che “l’acqua è un bene comune”, che la disponibilità e l’accesso all’acqua potabile sono diritti universali non assoggettabili a ragioni di mercato e che l’Acquedotto pugliese si trasformi in azienda pubblica regionale. Viene garantita, a spese della Regione, la quantità minima vitale di acqua per le utenze domestiche di tutti i residenti. Per l’erogazione eccedente ci sarà un sistema tariffario progressivo, differenziato per fasce di consumo e per usi. Il presidente sarà nominato dal presidente della giunta regionale, il vice dall’assemblea dei sindaci. L’Acquedotto pugliese ha un fatturato di 377 milioni di euro, ha 2.200 dipendenti diretti, serve oltre 4 milioni di abitanti.Verificare nel tempo. “È positivo che l’acqua sia un bene pubblico e l’iniziativa legislativa è bella e opportuna, ma sarà il tempo a verificare se lo sarà concretamente”, esordisce don Nicola Macculi, incaricato regionale per la pastorale sociale e del lavoro e la salvaguardia del creato. “Il fatto che i privati non entrino con nessuna percentuale” se garantisce che non possano aumentare a loro piacimento il prezzo del bene, desta anche perplessità poiché “gli elementi pubblici non sempre garantiscono efficienza” e “un equilibrio economico”; inoltre, l’assenza dei privati “porta ad un conflitto con una legge dello Stato”. “Un mix avrebbe garantito maggiore stabilità”, prosegue. “Le tariffe sono aumentate nel 2010 e un nuovo aumento è previsto dal 2011, tanto da far diventare l’acqua anche un bene caro e questo crea qualche incertezza. Se si garantisce il minimo vitale e poi i costi devono ricadere sulle famiglie queste risentono delle conseguenze”, anche perché un minor gettito nelle casse regionali “porterà qualche servizio in meno”. “Se in tre anni la riduzione delle perdite nella rete è stata del solo 1%, qualche perplessità viene”. Occorrerà capire, inoltre, “se l’inserimento dei Comuni nella gestione darà maggiore stabilità all’ente”. Passare dall’amministratore unico a cinque consiglieri di amministrazione produce “il rischio di una moltiplicazione di poltrone: ci sarà competenza specifica o vigerà il manuale Cencelli?”. Attenzione alle tariffe. “L’acqua è certamente un bene comune ma in Puglia ha carichi tariffari iniqui soprattutto per le famiglie numerose”, dice il responsabile regionale della Associazione nazionale famiglie numerose, Vincenzo Santandrea. “Si continua ad utilizzare un sistema tariffario per fasce di consumo per utenza, indipendentemente da come è caratterizzata questa utenza”, tanto che attualmente “una famiglia con 4 figli”, si colloca “nella prima fascia”. Inoltre, “il fondo di solidarietà regionale”, può comportare “che una famiglia monoreddito” finanzi “anche il fondo regionale di solidarietà per l’utenza domestica non necessariamente disagiata”. L’associazione propone che “per le fasce di consumo domestico giornaliero superiore a quello minimo vitale” si individuino “fasce tariffarie articolate per scaglioni di consumo”, tenendo conto, tra l’altro, “del reddito familiare e della dimensione e composizione del nucleo familiare”. Inoltre, “per il fondo regionale di solidarietà”, la copertura deve essere garantita “dalla fiscalità generale in proporzione alla capacità contributiva del nucleo familiare, tenendo conto della sua dimensione e dei relativi carichi di spesa per le persone a carico dei percettori di reddito”.Rischio impugnazione. “La pubblicizzazione avvicina il diritto all’acqua nella sfera dei diritti fondamentali della persona e questo è interessante”, dice Domenico Viti, docente di diritto agrario e dell’alimentazione all’Università di Foggia e vicepresidente regionale di Italia Nostra. Di fatto la “formula della società per azione per l’Acquedotto pugliese non ha sortito gli effetti desiderati perché non ha attirato capitali privati. Questi, infatti, preferiscono essere protagonisti piuttosto che soci di minoranza”. A questo punto “non fa differenza se diventa ente pubblico rispetto all’attuale natura giuridica di spa con unico azionista pubblico”. “La natura del bene qualifica la natura giuridica dell’ente, però non sono certo che la pubblicizzazione porterà efficienza”. Elimina però “gli elementi di ambiguità sia per i diritti proprietari sull’acqua sia per la gestione dell’erogazione”. Per Viti “si potevano coinvolgere i privati, per esempio, attraverso il capitale diffuso”, una delle “forme di economia comunitaria che purtroppo non ci appartengono”. Viti ha, infine, due dubbi: “La legge potrebbe contrastare con la normativa comunitaria – che prevale sulla nazionale e regionale – che ha tra i suoi pilastri la tutela della concorrenza”, tendenza ormai avviata su altri beni come l’energia; inoltre, la legge regionale “potrebbe essere impugnata anche davanti alla Corte costituzionale”.a cura di Antonio Rubino(10 novembre 2010)