Aung San Suu Kyi
Nelle prigioni birmane rimangono 2.200 dissidenti
Libera finalmente. La Birmania è in festa. Aung San Suu Kyi, leader democratica e premio Nobel per la Pace, è tornata a assaporare la libertà e l’abbraccio della sua gente dopo 16, degli ultimi 21 anni, trascorsi agli arresti domiciliari. Il suo viso sorridente è apparso al di sopra del cancello a punte aguzze della casa-prigione di University Avenue, a Rangoon, per salutare la folla dei sostenitori radunatasi fin dalla mattina in attesa della liberazione. "Non ci vediamo da così tanto tempo, ora avremo tante cose da dirci" ha detto Suu Kyi. Ne avrà di cose da raccontare e da dire, questa donna forte dall’espressione dolce; e, soprattutto, battaglie da affrontare per portare alla democrazia il suo Paese appena uscito dalle elezioni farsa del 7 novembre scorso che tra brogli e intimidazioni hanno visto apparentemente confermare uno dei regimi più chiusi e totalitari del mondo. È abituata alle battaglie, Aung San Suu Kyi, arrivata ormai alla soglia dei 65 e che a due anni vide uccidere il padre, il generale Aung San, giustiziato perché si batteva per l’indipendenza birmana. La tragedia le rimase dentro e rinforzò in lei quell’impegno alla lotta per la libertà e i diritti civili, sull’esempio di Gandhi e Martin Luther King, che nel 1991 le fu riconosciuto a livello mondiale con l’assegnazione del premio Nobel per la Pace. Premio mai ritirato, perché Suu Kyi era già da due anni agli arresti domiciliari. Benché prigioniera, il suo carisma e il seguito tra la popolazione furono determinanti per portare il suo partito, la Lega nazionale della democrazia, a vincere nettamente le elezioni del 1990. Ma i risultati non furono riconosciuti dalla giunta militate al potere e la Suu Kyi fu condannata ad altri sei anni di detenzione ai domiciliari. Rimessa in libertà nel 1995, fu nuovamente arrestata nel 2000 per aver tentato di recarsi nella città di Mandalay. Ancora una parentesi di libertà nel 2002, cui segue nel 2003 un nuovo arresto. L’ultima condanna le è stata inflitta dopo che un americano squilibrato si era introdotto nella sua casa, violando così le restrizioni imposte dai domiciliari. Ora la liberazione. Un atto, quello del regime presieduto dal generale Than Shwe, che suscita non pochi interrogativi. Un gesto di opportunismo politico?, in un momento in cui, obiettivamente, Aung San Suu Kyi appare indebolita sul fronte interno, per la sua decisione di boicottare le recenti elezioni, decisione che non ha trovato il consenso solidale del suo partito, che pertanto si è presentato, e si presenta ora, diviso. Una mossa per guadagnare in termini di immagine di fronte a una pressione internazionale fattasi negli ultimi mesi sempre più insistente nel chiedere la liberazione della leader dell’opposizione? E infine, fino a che punto potrà essere veramente libera di muoversi Aung San Suu Kyi? Accetterà una qualche forma di dialogo con il regime appena uscito vincitore dalle elezioni-farsa?
Resta nella sua drammaticità un dato di fatto: nelle prigioni del Myanmar (l’ex Birmania) sono ancora ristretti oltre 2.200 prigionieri politici.
Intanto oggi Aung San Suu Kyi ha potuto tenere il suo primo discorso in pubblico dopo la fine delle misure di restrizione. "La base della democrazia è la libertà di parola – ha detto a una folla di oltre 30 mila persone davanti alla sede della Lega democratica per la libertà (Nld) – e anche se penso di sapere cosa volete, vi chiedo di dirmelo voi stessi. Decideremo insieme quello che vogliamo, ma per ottenerlo dobbiamo agire nel modo giusto". Ha poi aggiunto di essere decisa a migliorare le condizioni di vita in Birmania, non sottraendosi alle responsabilità ma grazie all’aiuto di tutta la popolazione, e di non provare rancore verso la giunta militare che per tanti anni l’ha privata della libertà. "La via della riconciliazione ha concluso è l’unica percorribile".