DIRITTO ALLA VITA

La sottile ipocrisia

L’eutanasia passata in tv come pratica rispettosa della dignità umana

Indignazione per il messaggio “fuorviante e fortemente diseducativo a livello sociale” lanciato lunedì 15 novembre dalla trasmissione “Vieni via con me” di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Non usa mezzi termini Lucio Romano, medico e copresidente di “Scienza & Vita”, commentando in un’intervista al SIR la presentazione nel corso del programma dei due casi umani più scottanti nel recente dibattito sulla bioetica. Quelli di Pier Giorgio Welby ed Eluana Englaro, ricostruiti attraverso le testimonianze, rispettivamente, della vedova e del padre, che hanno scatenato la reazione negativa di diverse associazioni di familiari di persone gravemente disabili o in stato vegetativo.

No a ipocrisia e mistificazioni.
“Dal punto di vista squisitamente biomedico – spiega Romano – si è utilizzato una terminologia errata confondendo lo stato vegetativo con lo stato di coma”. “Sappiamo inoltre come il ricorso all’emotivismo non porti ad alcun risultato di crescita, ma suggestioni l’interlocutore al punto da far ritenere che la scelta da assumere sia giusta solo in funzione dell’espressione di una volontà del soggetto”. Questo, precisa, “non corrisponde tuttavia ad alcuna argomentazione di tipo razionale sui reali valori in gioco e soprattutto mistifica palesemente la realtà che ha caratterizzato le vicende di Welby e della Englaro”. “Mentre il primo è stato in grado di esprimere la propria volontà – prosegue il copresidente di ‘Scienza & vita’ -, nel caso di Eluana si è trattato di una volontà ‘presunta’, ossia ‘ricostruita’, ma ciò che mi è apparso più grave è l’avere parlato di eutanasia in modo sottilmente ipocrita senza mai usarne il termine. Questo indica la volontà di introdurla a livello sociale e culturale, pur senza richiamarla esplicitamente. Una procedura scorretta per fuorviare i telespettatori ai quali le due vicende sono state presentate come casi di accanimento terapeutico, per tentare di ‘contrabbandare’ un procedimento di ordine eutanasico”. “Del tutto condivisibile – secondo Romano – lo sdegno delle associazioni”, mentre è “doveroso dal punto di vista giornalistico che un programma televisivo non sia a senso unico, ma dia voce anche a chi vive quotidianamente a contatto con soggetti con gravi disabilità e testimonia un impegno improntato all’autentico riconoscimento del valore della vita. Far passare l’eutanasia come una pratica che rispetta la dignità della persona, e presentare come non degna la vita di chi soffre di gravi disabilità è inaccettabile”.

Prendersi cura.
“Mi indigna – afferma ancora Romano – che sia proprio chi parla di dignità delle persone a livello civile, sociale e politico, a cancellare poi il fondamento di questa stessa dignità, valore che caratterizza ogni essere umano, soprattutto nelle situazioni di massima disabilità e disagio”. Per l’esperto “occorre accentuare a livello sociale la presa in carico delle persone. La vita di ognuno è un bene comune; ciascuno è responsabile di quella dell’altro e deve prendersene cura: questo costituisce il fondamento del vivere civile in una società autenticamente democratica. Altrimenti rischia di prevalere, come nella giungla, la legge del più forte”. “Recenti interventi hanno dato luogo al riconoscimento delle gravi disabilità e della necessità di misure di tipo assistenziale di vicinanza attraverso gli ‘hospice’ e le realtà territoriali”. C’è “ancora molto da fare ma – conclude il medico – nel momento in cui si insinuasse nella cultura sociale una sorta di ‘educazione all’eutanasia’ verrebbero vanificati gli interventi finalizzati alla ricerca scientifica e all’assistenza, denigrata l’attività svolta da famiglie e associazioni perché destinata ad una persona non degna di vivere”, e “si svuoterebbe di senso l’impegno educativo al riconoscimento del valore della vita”.

Una battaglia di civiltà.
Di “disinformazione sul significato del diritto alla vita” e di “sostanziale violazione di quel diritto nei soggetti più deboli e indifesi, come sono i bambini non ancora nati e i malati terminali” parla in una nota il Movimento per la vita. Sulla questione interviene anche lo scrittore Fabio Cavallari, autore di “Vivi. Storie di uomini e donne più forti della malattia”, che in una lettera aperta chiede di garantire un “altro” diritto, quello “di vivere pur se ammalati e in condizioni limite”. “Migliaia – osserva – i cittadini italiani che ogni giorno, nonostante malattie rare, patologie sconosciute, chiedono attenzione dalle istituzioni e dalla società civile. Spesso pretendono semplicemente un pieno diritto di cittadinanza”, ma “non fanno notizia, neppure quando scendono in piazza, come gli ammalati di Sla #il 17 novembre a Roma, ndr# per rivendicare il diritto alla salute e a una vita dignitosa sancito dalla Costituzione”. Secondo Cavallari “una battaglia in loro difesa” potrebbe essere “condotta in prima persona proprio da Fazio e Saviano”; si tratta di “una battaglia di civiltà”. I malati di patologie fortemente invalidanti “non vogliono vedere i propri familiari diventare martiri”, attendono “un segno, un gesto di comprensione, un aiuto da parte delle istituzioni” e “anche dai media”. “Difendere il loro diritto di cittadinanza – conclude Cavallari – non può essere una battaglia di parte, deve riguardare tutti”.