LIBERTÀ RELIGIOSA
Intervista con Renè Guitton
Al di là delle difficoltà che vivono i cristiani in varie parti del mondo, e in particolare in Oriente, ci sono "luci di speranza". Lo sostiene Renè Guitton, impegnato da anni nella difesa delle minoranze oppresse, in primis i cristiani, che domani a Roma parteciperà alla presentazione del "Rapporto 2010 sulla libertà religiosa nel mondo" di Acs-Aiuto alla Chiesa che soffre (ore 11, Associazione stampa estera, via dell’Umiltà 83/C). Nel suo ultimo scritto, "Cristianofobia", Guitton analizza le ragioni delle persecuzioni e pone il dito su diverse piaghe, una delle quali è una certa tiepidezza dell’Occidente verso i massacri e le discriminazioni compiuti contro le minoranze cristiane. Gli chiediamo di approfondire alcune problematiche di cui parla nel libro.
In "Cristianofobia" la situazione dei cristiani in Oriente sembra disperata…
"Sì, ma ci sono delle speranze. Nei Paesi arabi a maggioranza musulmana vi sono dei governanti perfettamente consapevoli che è assolutamente necessario portare avanti una politica d’apertura nei confronti delle altre religioni. È il caso del Qatar, dove mi reco ogni anno, a Doha, in occasione di un simposio interreligioso che riunisce rappresentanti di tutte le religioni monoteiste, a cui partecipano rabbini, imam e vescovi. Ricordo che un anno ho visto una tavola rotonda che riuniva insieme dei rabbini israeliani e degli imam palestinesi, in particolare era presente un imam capo supremo della Sharia islamica della Palestina. Vi partecipano anche cristiani di Paesi arabi, ad esempio il metropolita del Qatar. Negli Emirati arabi da alcuni anni vi è una consistente immigrazione di cristiani che fuggono da Filippine, Malesia, India. Da due anni è stato avviato un progetto per la costruzione di cinque chiese ad Abu Dhabi, in Qatar ecc. La prima è stata inaugurata nel marzo 2008. Questi eventi costituiscono delle luci di speranza, ed è una realtà verificata sul posto".
C’è qualche soluzione contro la persecuzione dei cristiani in alcuni Paesi?
"Sì, esistono delle vie di riflessione e di lavoro. Innanzitutto ogni cittadino può organizzare manifestazioni, petizioni presso i deputati dei propri Parlamenti. In Francia, recentemente, 180 deputati hanno firmato una petizione a sostegno dei cristiani d’Oriente. Io personalmente ho guidato una manifestazione sul tema dei diritti umani a Parigi, alla quale hanno partecipato migliaia di persone. Non possiamo rimanere in silenzio, un silenzio che ci rende sordi, tanto è insopportabile".
Ci sono altri strumenti?
"In Turchia esiste l’obbligo di riportare la menzione della religione d’appartenenza sulla carta d’identità. Se siete cristiani, sarete soggetti a una discriminazione nel contesto sociale. Oggi che la Turchia vorrebbe entrare in Europa, e che sta cercando di armonizzare le proprie leggi con quelle dell’Unione europea, potremmo esigere l’abrogazione di tale regola. Anche in Egitto la legge prevede l’obbligo di menzionare la religione d’appartenenza sulla carta d’identità, così come in Indonesia… Occorre esercitare una pressione economica per influenzare l’opinione dei dirigenti dei Paesi arabi, che tendono la mano ai fondamentalisti islamici in uno spirito di riconciliazione nazionale, ma così facendo incoraggiano gli atti isolati di persecuzione nei confronti dei fedeli cristiani".
Qualcuno pensa che l’Europa sia tiepida a causa di alcune "derive" laicistiche e illuministiche…
"Penso che questo riferimento all’epoca dell’Illuminismo sia ormai superato. La laicità, come la chiamiamo in Francia, la secolarizzazione, ovvero la separazione fra lo Stato e gli affari religiosi, è un’invenzione francese, e non è contro la religione, anzi permette a tutte le religioni di esprimersi allo stesso modo. La laicità diventa un fattore di equilibrio e non di separazione. Piuttosto è intesa nel modo sbagliato. Sarebbe una buona soluzione se tutti la rispettassero. Ad esempio oggi, in Siria, s’impone il rispetto di tutte le religioni, anche se la Costituzione dice che il capo di Stato deve essere musulmano. In Libano, poche settimane fa è stata proclamata la nuova festa nazionale: la festività dell’Annunciazione. Ci sono luci di speranza, benché piccole".
Tuttavia c’è in Occidente quasi un timore della religiosità e nei cristiani qualcuno nota una sorta di senso di colpa.
"Perché? Credo ci siano diverse ragioni. In primo luogo, i cristiani si sentono in colpa a motivo della Shoah. Pensano infatti giusto o sbagliato che sia che, durante l’ultima guerra, la Chiesa cattolica, il Papa, non abbiano preso una posizione chiara per aiutare il popolo ebreo. Un’altra causa sono le conseguenze del colonialismo. E poi in Occidente siamo maggioritari… Tutte queste ragioni insieme fanno sì che i cristiani non parlino, mantengano il silenzio. I cristiani piegano la testa e porgono l’altra guancia, e questo è un grave errore. Si deve essere fieri della fede in cui si crede e nessuno può essere ucciso per la propria scelta religiosa. Questo è uno degli elementi fondamentali della Dichiarazione universale dei diritti umani, che quasi tutti i Paesi hanno sottoscritto. Purtroppo non tutti la applicano".