FRANCIA

C’è bisogno di speranza

Immigrazione (85ª Settimana Sociale): tra futuro e presente

“Accogliere l’altro è accogliere una presenza, è incontrare una parola che feconda l’esistenza”. Ha seguito questo pensiero di Jean-Charles Tenreiro, vice presidente del Cimade (servizio ecumenico di reciproco aiuto) e presidente della Chiesa riformata di Francia per l’Ile de France, la riflessione ecumenica che ha aperto l’ultima giornata della 85ª Settimana sociale di Francia sul tema: “Migranti, un avvenire da costruire insieme” (Parigi, 26-28 novembre). “Accogliere l’altro – ha aggiunto Tenreiro – vuol dire dare un nome e un volto all’altro sapendo che tutti si è viaggiatori verso una terra promessa. Non si tratta di un’utopia ma è la stessa promessa che Dio fece ad Abramo e Sara e che mantenne”.”L’altro è lo sguardo, lo specchio, il volto, il passaggio, la risorsa nuova, il sapere, il movimento, il conflitto, il mistero”. Mons. Gabriel de Comane, arcivescovo delle Chiese Ortosse Russe nell’Europa occidentale, ha preso spunto da questa declinazione dell’altro per affermare che “nessuna ideologia, nessuna frontiera, nessuna ragione di Stato può giustificare la discriminazione dell’altro”. Ed ha affermato che “l’amore per l’altro è più importante della stessa preghiera e della stessa mortificazione”.Il card. André Vingt Trois, arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese, ha posto una domanda: “Quante donne e uomini hanno gridato per chiedere di essere liberati dal demonio della fame, della malattia, dell’offesa? Quanti uomini e donne si rivolgono a Cristo per avere questa liberazione? E noi cristiani depositari della promessa fatta da Dio ad Abramo come possiamo non aprire gli occhi verso questa umanità sofferente e non indicare in Cristo la risposta?”.Il pericolo non è il multiculturalismo. “Per me ciò che viene definito il pericolo del multiculturalismo è un’illusione. Non perché il multiculturalismo sia una panacea”, ma perché “è un dato di fatto”. Il vero pericolo “non è il multiculturalismo, ma ciò che gli antropologi chiamano deculturazione”. Ne è convinto Tzvetan Todorov, storico e filosofo nato in Bulgaria, ma residente in Francia dal 1963, secondo il quale il multiculturalismo è il “tratto caratteristico delle società moderne” e deve essere visto non come “conflitto ideologico”, ma come “confronto tra culture”. “In assenza di una religione forte, tradizionale o secolare – ha spiegato – ci si interroga su che cosa possa garantire la necessaria coesione della comunità. E la risposta cade spesso sul ‘noi’, su ciò che ci fa assomigliare e ci distingue dagli altri”. Oggi come non mai, ha aggiunto, si assiste ad una “moltiplicazione di contatti fra popolazioni lontane” e questo provoca anche “dei ripiegamenti identitari ancora più forti di quelli conosciuti in un passato relativamente recente”. Di qui la xenofobia, “riflesso antico come il mondo, ma del quale potevamo pensare di esserci liberati”. Un modo di vedere che il filosofo ha definito “piuttosto primitivo”, contro il quale “la società francese possiede molti anticorpi”, anche se “questo atteggiamento ostile è molto diffuso”. Tuttavia, secondo Todorov, la proclamazione di un’omogeneità culturale sarebbe “inutile e disperata”. Quanto al rapporto con l’Islam e gli immigrati musulmani il filosofo ha invitato a distinguere tra “l’obbligo di sottomissione alla legge, che non può conoscere eccezioni”, e “l’appartenenza culturale”. Sul burqa ha amesso: “Nel corso del dibattito sul velo a scuola, mi era sembrato che la legge si spingesse troppo lontano. Invece sono stato contraddetto. La legge è stata accolta bene, senza problemi. Per me la storia del burqa è diversa. Sollevare un dibattito nazionale sul tema mi è sembrato un modo di occuparsi di problemi secondari per non affrontare i principali”.Pensieri opposti e impegni condivisi. Fatto raro, ma non unico nella storia delle Settimane sociali di Francia, è stata la vivace contestazione a un oratore invitato a parlare alla tavola rotonda del 28 novembre dedicata alle politiche migratorie del governo. Destinatario del contraddittorio è stato Henri Guaino, chiamato a esprimere il punto di vista del governo. “Un’opinione – commenta Jérôme Vignon, presidente della Settimana sociale di Francia – che si è inevitabilmente scontrata con quanti nel quotidiano si confrontano con i problemi degli immigrati, generando un invitabile conflitto”. Alla stesssa tavolra rotonda erano presenti anche Jacques Barrot, Hélène Flautre, Yannick Blanc, Assane Bà. Il discorso è rimasto aperto tra due pensieri opposti, che ha visto da una parte chi invoca un approccio aperto ai flussi migratori e chi invece chiede regole e controllo. “Alla politica – ha argomentato François Ernenwein, direttore di Etudes – spetta il compito di trovare il giusto compromesso ma è nel lungo periodo che si costruisce e si rinnova il corpo sociale, grazie anche al contributo degli immigrati”. E ha aggiunto: “Tra questo futuro che non è ancora e il presente imperioso, c’è bisogno di speranza ma anche di un impegno effettivo di tutti, insieme, Stato e società civile, cristiani compresi”.