WIKILEAKS
Di fronte al gioco di Assange, arrestato a Londra
Parliamoci francamente: le "rivelazioni" di Wikileaks, diffuse in questi giorni, possono stupire davvero al massimo qualche ragazzino. Certo leggere su un documento ufficiale, per quanto riservato, giudizi poco lusinghieri nei confronti di leader politici molto noti può fare un certo effetto, ma raccontare i dubbi su festini e salute del premier italiano, sull’ego di quello francese e sulla prepotenza di quello russo non è davvero nulla più di quanto ogni elettore già sappia.
Allora dov’è lo scandalo? Forse non c’è, o forse non sta nelle "denunce" di Wikileaks. Abbiamo atteso qualche giorno a parlarne, perché la situazione nei primissimi giorni appariva ancora confusa e perché in realtà il tema è piuttosto delicato. Proviamo a ragionarne ora. La democrazia si fonda sulla verità. Qualche settimana fa lamentavamo l’occasione mancata nel processo per la strage di Brescia, che ancora una volta non ha potuto raggiungere una verità giudiziaria, perché mancavano prove sufficienti a stabilire responsabilità a causa, non solo ma anche, del segreto di Stato tuttora imposto su alcune informazioni rilevanti per il processo. Non v’è dubbio che la verità e la trasparenza aiutino la democrazia, sia perché stimolano a comportamenti responsabili chi ha incarichi pubblici, sia perché consentono partecipazione e coinvolgimento dei cittadini. Ma la vicenda Wikileaks non riguarda solo la questione della trasparenza. Anche qui ci vuole franchezza. Quante volte capita di parlarsi tra marito e moglie a "porte chiuse" per stabilire come agire nei confronti di un figlio in una situazione delicata? Quante volte in un condominio (uno dei luoghi della nostra democrazia quotidiana ma anche, nello stesso tempo, di livori e rancori) prima di prendere una decisione si cerca di capire come potrebbero reagire gli altri, si "prova a sentire", si "verifica", si "esplora"?
La riservatezza non è antitetica alla verità. A volte il processo di formazione delle decisioni ha bisogno di riservatezza, per far maturare giudizi e valutazioni corrette. Facciamo esperienza quotidiana di questo equilibrio tra pubblicità e riservatezza. E questo vale in particolare per la politica internazionale e la diplomazia che gestiscono equilibri delicati, le cui degenerazioni possono essere drammatiche per moltissimi, non solo per il brutto lampadario montato della scala B. Per questo chi scrive non è partigianamente schierato con i promotori del sito Wikileaks, ma anzi è piuttosto perplesso che ciò che è stato scritto immaginando riservatezza, venga riletto in modo completamente "decontestualizzato" in un ambiente completamente pubblico.
Proviamo a fare qualche considerazione su questa diffusione. La prima, forse in controtendenza, è rassicurante. I documenti della segreteria di Stato Usa, a differenza di quanto forse sarebbe potuto accadere qualche decennio fa, hanno magari giudizi coloriti, ma non contengono complicità verso operazioni clamorosamente inaccettabili come colpi di Stato o assassini. Gli Usa sono una superpotenza ma i documenti, a parte degenerazioni note e complessivamente contenute sia pur gravissime sia chiaro come Guantanamo, rivelano un Paese che non si muove sistematicamente come uno Stato canaglia. La seconda riguarda le conseguenze di queste rivelazioni. Gli Usa si affrettano a mostrare grandi amicizie internazionali e le loro scuse vengono accettate senza esitazioni: tutti sanno che domani potrebbero essere pubblicizzate analoghe informative riservate dei Paesi oggi "vittima", con analoghi giudizi verso gli Usa. La solidarietà di facciata in questo caso è anche di sostanza. Ma a fronte della dichiarazione di amicizia ciò che sta accadendo è che gli Usa stanno cambiando buona parte dei loro ruoli chiave, richiamando in sede o dando nuovi incarichi agli autori delle informative, per evitare conseguenze negative nei loro confronti, politiche e personali. Ne farà forse le spese anche Hillary Clinton, che si affretta infatti ad annunciare che non si candiderà per le prossime presidenziali: difficile governare la superpotenza mondiale avendo firmato "pubblicamente" giudizi e incarichi scottanti come quelli che, concepiti come riservati, Wikileaks ha diffuso.
La terza considerazione riguarda il "cui prodest"? Che gioco è quello di Assange? C’è uno scopo o è il gioco dissennato del rivoltarsi al tiranno che riempie il cuore di emozione anche quando non ha strategia? Vedremo pubblicati anche i documenti riservati della diplomazia cinese? Esporre al ludibrio gli Usa che cosa ottiene sul piano internazionale? Una maggiore "verità"? Si può misurare la verità in numero di documenti pubblicati?
Come si può vedere le risposte non sono facili. Rimane un’inquietudine. Perché sul sito di Wikileaks non c’è nemmeno una parola su che cosa sia Wikileaks, che governance interna abbia, come si possa aderire e chi faccia parte degli organi responsabili? Un po’ contraddittorio da parte di chi fa battaglie in favore della verità, la democrazia e la trasparenza.