LUCE DEL MONDO
Nel libro-intervista un Papa che ”gioca” in anticipo
"L’uomo (…) diventa pagano nell’accezione più profonda del termine ogni qual volta vuole tornare ad essere unicamente se stesso. E tuttavia, sempre si manifesta di nuovo la presenza divina nell’uomo. Questa è la lotta che attraversa tutta la storia. Come dice sant’Agostino: la storia del mondo è la lotta tra due tipi di amore. L’amore di sé portato sino alla distruzione del mondo; e l’amore per il prossimo, portato sino alla rinuncia di sé. Questa lotta, che sempre si è potuta vedere, è in corso anche oggi".
Gran parte della lunga intervista concessa da Benedetto XVI a Peter Seewald e raccolta in volume ("Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi", Libreria Editrice Vaticana, 280 pagine) è riassumibile in questa frase, per diversi motivi: il primo è che la deriva dell’uomo contemporaneo viene analizzata e "studiata" pragmaticamente, senza concessioni ad un qualsivoglia de contemptu mundi, dati recenti alla mano soprattutto per quello che riguarda i cambiamenti climatici e il proliferare delle droghe; il secondo sta nel riconoscerne la causa non solo e non tanto nelle deviazioni delle strutture economiche e politiche, ma in una accezione distorta dell’amore. L’amore, secondo Benedetto XVI, è divenuto ricerca di potere e di godimento immediato, travalicando limiti naturali e morali, e viene indirizzato verso il sé, non più verso l’altro.
L’insistenza sull’argomento dell’amore stupì all’inizio i media, che sembra non si aspettassero dall’"antico" prefetto della Congregazione per la dottrina della fede quella che essi consideravano una "conversione" dal dogma al sentimento. Una parte della stampa laica ha plaudito a questa supposta svolta, senza considerare che questi segni c’erano sempre stati. Se prendiamo come esempio la sessualità con il contorno delle problematiche ad essa connesse vediamo che questo grande motivo è visto da Benedetto XVI non come negazione della corporeità, ma anzi, come riappropriazione della bontà della creazione, di contro ad alcune derive misticheggianti ("non sono un mistico", puntualizza ad un certo punto il Papa) che vengono da lontano: "È vero che nella cristianità hanno attecchito anche dei rigorismi e che la tendenza alla negativizzazione, creatasi nella gnosi, è penetrata anche nella Chiesa". Il Pontefice, spesso accusato di oscurantismo, pone fuori dal contesto cristiano quelle ideologie che svalutano il corpo in favore di una assoluta rinuncia alla materia.
Nell’intervista salta agli occhi anche un’altra interessante e per certi versi curiosa particolarità: il dotto teologo ha gusti davvero "popolari" in fatto di cinema e di letteratura. "Ci piace Don Camillo e Peppone" risponde candidamente il Pontefice alla domanda sui suoi film preferiti, dopo aver citato tra le sue letture, anzi, tra le sue amicizie, come ama chiamarle, Agostino, Bonaventura, Tommaso d’Aquino e mostrando la conoscenza degli scritti di uno dei padri della fisica moderna, Heisenberg. Dunque il Papa, come un qualsiasi mortale, dismette gli abiti curiali e si diverte di fronte alle baruffe tra Gino Cervi e Fernandel, mostrando nel confessarlo uno spirito di umiltà e di verità che latita tra i grandi del pianeta.
Lo studioso delle cose ultime ama i film comici in bianco e nero, predilige la semplicità, non disdegna la risata scacciapensieri, come tutti noi, e questo lo rende molto diverso dall’iconografia cucitagli addosso da una parte della stampa.
Anche quando parla di letteratura e d’intelligenza il Pontefice mostra un’indubbia capacità di variare le letture e di cogliere significati in opere non tenute in gran conto dalla critica paludata: "Anche Saint-Exupéry nel ‘Piccolo principe’ ha ironizzato sull’intelligenza del nostro tempo, mostrando come essa trascuri l’essenziale e che invece il Piccolo principe, che di tutte quelle cose intelligenti nulla capisce, in fine dei conti vede di più e meglio".
I critici ad oltranza avranno motivo di riflettere anche su un altro tema: parlando del cristianesimo, Benedetto XVI non lo disegna, come alcuni si aspetterebbero, come un insieme di dogmi e riti, ma più semplicemente come motivo di gioia. Torniamo a quanto notavamo in apertura: il messaggio che emerge da questa intervista lunga un libro, non è quello di un teologo, o, per lo meno, non solo di un teologo, ma di un uomo innamorato della vita, nel suo completo dispiegamento.
Ma, nello stesso tempo, il Pontefice lancia un monito: la creazione non deve essere oggetto di manipolazione. Qui il Papa è durissimo, ponendosi sulla linea di quanti, dati alla mano, vanno gridando nel deserto che stiamo arrivando ad un punto di non ritorno. Il benessere è un miraggio che uccide l’uomo, mentre il fine della vita è altro: raggiungere "le cime" in una "scalata di montagna con ripide salite".