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Non basta ascoltare

Le richieste dei vescovi iracheni all’Europarlamento

“I cristiani dell’Iraq vivono con la paura del futuro”: mons. Athanase Matti Shaba Matoka, arcivescovo di Baghdad, racconta l’esperienza quotidiana dei cristiani che vivono nel Paese mediorientale nella sede dell’Europarlamento. Assieme ad alcuni vescovi e studiosi ha incontrato, nei giorni della plenaria (13-16 dicembre), eurodeputati, rappresentanti del Consiglio d’Europa, nonché mons. Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il CdE, sottolineando la “necessità di un impegno concreto” da parte dell’Europa per la stabilità, la pace e il rispetto dei diritti fondamentali in questa regione asiatica.“Chiediamo aiuto”. La delegazione ecclesiale era composta anche dall’arcivescovo di Mossul, Basile Georges Casmouss e dal vicario episcopale caldeo di Baghdad, mons. Shlemon Warduni. I prelati erano accompagnati da padre Piotr Mazurkiewicz, segretario generale della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea), da Melhem Riachy, docente di geostrategia all’Università Kaslik del Libano, Maroun Karam, presidente della Lega maronita in Europa. L’arcivescovo Matoka ha spiegato quanto avvenuto il 31 ottobre, con l’attentato nella cattedrale che gli è affidata: “Ho negli occhi 53 morti e settanta feriti…”. Quindi ha aggiunto: “Ma noi non siamo venuti a Strasburgo per chiedere una crociata di guerra, bensì per domandare aiuto al fine di costruire la pace nella nostra terra”. A suo avviso l’Unione europea potrebbe “sostenere il governo di Baghdad, affinché esso dia prova di buona volontà nel proteggere i cristiani. Ma da solo il nostro governo non ce la può fare”.Doppia sofferenza. Mons. Basile Georges Casmoussa, arcivescovo di Mossul, ha affermato: “I cristiani in Iraq vivono una doppia sofferenza. Anzitutto perché sono una minoranza, e poi per il fatto stesso di essere cristiani. Per noi è tutto difficile: fare catechesi, l’insegnamento, il diritto al posto di lavoro, l’accesso alle cariche pubbliche”. “Vorrei che l’Unione europea incoraggiasse i musulmani moderati, che sono numerosi anche in Iraq, affinché costruiscano una democrazia in cui tutte le persone possano godere degli stessi diritti, compresa la libertà di religione”. Quindi il vescovo ha formulato una proposta: “Si potrebbe pensare a una grande conferenza internazionale, da svolgere in Iraq o, se questo non è possibile, in Libano, che si occupi della tutela delle minoranze presenti in Medio oriente”. Il suo racconto riprende: “In Iraq si spingono i cristiani ad abbandonare le città. E forse ad abbandonare l’Iraq stesso. Vengono recapitati alle famiglie volantini e lettere minacciosi. Non sono rispettate le nostre specificità culturali e religiose. Noi non rifiutiamo certo la convivenza con le altre religioni e vorremmo poter vivere e credere in pace”.Gli stessi diritti. “L’Iraq deve garantire parità di trattamento a tutti i suoi gruppi religiosi; i cristiani hanno gli stessi diritti delle loro sorelle e fratelli sunniti e sciiti”. Jerzy Buzek, presidente del Parlamento europeo, ha incontrato la delegazione dei vescovi. “Il Parlamento Ue – ha dichiarato – è a conoscenza della terribile situazione dei cristiani in Iraq” e continuerà a dimostrare “vicinanza” e “impegno” su questo argomento. Tra i promotori della visita (durante la quale è stata resa nota una lettera firmata da 160 europarlamentari in appoggio ai diritti dei cristiani in Iraq) figurava il deputato italiano Mario Mauro, che ha puntualizzato: “In qualità di relatore del Parlamento sul primo accordo di cooperazione Ue-Iraq, insisterò affinché vengano inclusi in questo testo quei principi di democrazia alla base di ogni convivenza civile”. Tale accordo “non può essere ridotto unicamente a una questione economica, ma deve essere uno strumento politico per l’Ue, per contribuire a riportare la pace in Iraq”.Dalle parole ai fatti. “Qualcuno vorrebbe relegare i cristiani dell’Iraq in un’unica provincia. Ma è una proposta inaccettabile. I cristiani devono restare in mezzo alla popolazione del Paese, perché, come insegna il vangelo, siano dappertutto luce del mondo”. Mons. Shlemon Warduni, vicario caldeo di Baghdad, ripete nella sede del Parlamento Ue alcune sue convinzioni: “Noi non vogliamo politicizzare la nostra causa. Noi intendiamo restare in Iraq, in pace con tutti”. Ma perché siete venuti proprio a Strasburgo a parlare dei problemi dei cristiani in Medio oriente? “Volevamo anzitutto e semplicemente trovare orecchi che ci ascoltassero – ha chiarito Warduni a SIR Europa -. E devo riconoscere che tante persone ci sono venute incontro, per chiedere informazioni, per parlare con noi, per capire quanto avviene nel nostro Paese. Abbiamo raccontato dei diritti umani, del lavoro che manca, dei problemi della sicurezza e della pace. Tutti ci hanno ascoltato con pazienza”. E adesso? “Adesso contiamo su interventi politici e concreti” per sostenere il futuro iracheno. “L’Europa dei diritti dovrebbe passare dalle parole ai fatti”.