CARD. ANGELO BAGNASCO

Quel nome e quel volto

La fede cristiana cambia la storia

“Il Natale è Dio che si china sul mondo. Il Natale ha un nome e un volto, il nome e il volto di Cristo. Il resto, la famiglia, i bambini, gli amici, i doni, le luci, è conseguenza. Dimenticare questo, significa svuotare il Natale e ridurlo ad una festa che dura lo spazio di un giorno”. E “la gioia del Natale è sapere di non essere più soli perché Dio si è fatto Emmanuele, Dio-con-noi, Dio-per-noi”. Così l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, nell’omelia della notte di Natale. La gioia del Natale, ha affermato ancora il porporato, è sapere che “non siamo soli sotto i colpi della vita, nella ricerca della verità, nelle incomprensioni dei rapporti umani, davanti a responsabilità pesanti”.
"Sapere che il Signore ci è vicino non annulla il nostro impegno e la nostra responsabilità", ha spiegato ancora il cardinale. Infatti, “la vicinanza di Gesù non risolve prodigiosamente le prove, ma ci aiuta a guardarle in modo nuovo e ad affrontarle insieme con fiducia. Insieme con Lui e insieme tra noi”. E questo è il motivo per cui “la fede cristiana cambia la storia”. E la vicinanza di Dio, ha affermato ancora l’arcivescovo, attraversa tutto l’anno liturgico ma nel Natale “si tinge di umiltà e di tenerezza” di cui oggi c’è sempre più bisogno perché “quanto più il mondo è arrogante e duro, tanto più ha bisogno di incontrare umiltà e tenerezza”.
"Anche oggi – ha proseguito – quanto più l’uomo scopre la precarietà e la contraddizione, tanto più riemerge e si rafforza il desiderio che guarda avanti sapendo che la pienezza di noi stessi è un dono”. E la gioia “quella vera, non quella scialba e triste delle circostanze fortunose e facili, ma quella reale che penetra l’anima e orienta la vita, è sapere di non essere più soli perché Dio si è fatto Dio-con-noi, Dio-per-noi”. L’uomo infatti, per sua stessa natura, cerca la gioia, e “la gioia è desiderio umano come la vita e l’amore” tanto che “non si può vivere senza l’amore e non si può vivere senza la gioia”.
Ma “è possibile ancora la gioia?" – ha chiesto il porporato – o, piuttosto, “incertezze sul presente e sul futuro, chiari e scuri del mondo, tante persone e famiglie in difficoltà non hanno ucciso la speranza?”. Nel mondo, ha aggiunto, sembrano regnare “la fragilità dei rapporti umani, gli affetti che si spezzano, gli egoismi sterili, la delusione”. “Ma i messaggeri di Dio insistono ad annunciare la gioia, ad offrirla agli uomini di ogni tempo, sembrano voler forzare la porta dell’anima perché possa entrare la luce”. Ci ricordano l’essenziale del Natale: "Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore".
Da qui l’invito a “fermarci davanti al presepe, lasciarci prendere dal suo segreto antico e sempre nuovo” perché “aprire il cuore a Dio, genera la gioia, quella vera”.
Nell’omelia del giorno di Natale, il cardinale, ha affermato invece che “quanto più l’uomo si allontana da Dio tanto più perde se stesso”. “Nella cultura del mondo occidentale – ha spiegato – l’uomo sembra aver smarrito se stesso, sembra a volte considerarsi una cosa tra le molte, tende a costruire una società basata sulle opinioni anziché sulla verità di sé e del mondo”. Si tratta, ha proseguito, “dell’antico peccato, quello d’origine, che ritorna sotto spoglie diverse: il peccato di volersi fare da solo, di essere norma del bene del male, di confinare Dio in nome della libertà umana”. “Ma la storia – ha proseguito – insegna che quanto più l’uomo si allontana da Dio tanto più perde se stesso”. Questo perché “lontano da Lui non sa più chi è e dove va, vive nel buio, procede a tentoni”.
Tutto l’universo, però, parla di Dio. “Il Verbo di Dio si specchia nella bellezza dell’universo e nel suo ordine che nessun caso potrebbe pensare” così come si specchia anche “nel volto dell’uomo” e “nella divina rivelazione”. “In quella storia, nella pienezza dei tempi – ha affermato – il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. È questo l’ultimo e compiuto splendore della Luce in questo mondo”. Per questo, con il Natale, “l’uomo è restituito a se stesso, ritrova il suo volto, la sua dignità; scopre gli altri come la sua famiglia e il cosmo come la sua casa. Proprio perché la Luce lo restituisce a Dio, l’umanità è riconsegnata al suo destino di grazia e di vita, è salvata dal nulla e dall’assurdo”. L’invito del porporato è, quindi, di “non avere paura della Luce”, di “lasciarci illuminare” perché “ci svela a noi stessi, ci invita a chiamare le cose con il loro nome, bene o male, ci salva con il suo amore e la sua grazia”.