FUNERALI MIOTTO
Le parole dell’ordinario militare
"Un sacrificio offerto per il dono della pace". Matteo Miotto "è stato chiamato a partecipare all’umana solidarietà nel dolore, diventando un agnello che purifica e redime, secondo l’amorosa legge di Cristo. La sua bara, avvolta dal tricolore, è come una piccola ma preziosa reliquia della redenzione che si rinnova nel tempo". Lo ha ricordato mons. Vincenzo Pelvi, arcivescovo ordinario militare per l’Italia, celebrando oggi a Roma, alla presenza delle più alte cariche istituzionali, i funerali del caporal maggiore degli alpini ucciso il 31 dicembre 2010 da un cecchino nel distretto del Gulistan (Farah), in Afghanistan.
Non cedere allo sconforto. "Matteo ha detto l’arcivescovo nell’omelia – ha sempre creduto nella giustizia, nella verità e nella forza interiore della compassione, nella fiducia e nell’amore, fino a dare la vita. Anche noi non possiamo rassegnarci alla forza negativa dell’egoismo e della violenza; non dobbiamo abituarci ai conflitti che provocano vittime e mettono a rischio il futuro dei popoli". "Di fronte alle minacciose tensioni del momento, specialmente alle discriminazioni, ai soprusi e alle intolleranze religiose ha sottolineato mons. Pelvi – Matteo invita a non cedere allo sconforto e alla rassegnazione. Come poter credere a un domani di pace se non fossimo in quelle terre a dichiarare che l’amore è l’unica via che pone fine alla vendetta e alle uccisioni". L’arcivescovo castrense, ringraziando i militari italiani impegnati in missioni internazionali, ha evidenziato come "per togliere dalla nostra civiltà la miseria e la guerra, non bastano le parole" ma occorre "l’impegno concreto e costante dei responsabili delle Nazioni" e che "ogni persona sia animata dall’autentico spirito di pace, da implorare sempre nuovamente nella preghiera e da vivere nelle relazioni quotidiane, in ogni ambiente". "Siamo obbligati ha rimarcato mons. Pelvi ad allargare gli orizzonti e a riconoscere la nostra responsabilità nel costruire una comunità internazionale, in cui il diritto di tutte le nazioni e di altri gruppi sia rispettato e garantito. Dobbiamo lavorare, fare sacrifici e cooperare per gettare le fondamenta, su cui le generazioni future potranno costruire una comunità internazionale stabile e pacifica. In un mondo sempre più interdipendente e nel quale ha sempre meno senso parlare di crisi locali, questo significa non solo fermare i conflitti il prima possibile, ma costruire e mantenere la pace, una pace giusta e duratura".
La lettera-testamento. Dopo le esequie la salma di Miotto è stata trasportata su un aereo militare a Verona per essere trasferita nel paese natale del militare, Thiene, dove domani, dopo una nuova funzione religiosa, verrà tumulata nel cimitero locale nell’area riservata ai caduti in guerra. A chiederlo, in una lettera-testamento, indirizzata ai suoi familiari, è stato lo stesso alpino. Nella lettera, pubblicata dal sito del "Gazzettino", il militare raccontava la sua esperienza in Afghanistan dicendosi colpito dalla fame dei bambini afghani che "ci circondano in dieci, venti, trenta, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame". Grande comprensione anche per il resto della popolazione afghana: "Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, dove a comandare non sono solo i governanti ma anche ancora i capi clan, questi popoli hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano. L’essenza del popolo afghano scriveva l’alpino è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora riesci a capire che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi".
Trentacinque vittime italiane. L’area di Farah, un tempo sotto comando Usa, è oggi affidata al controllo degli alpini, che in pochi mesi hanno condotto quattro progetti di cooperazione civile-militare, guadagnandosi anche il riconoscimento del comandante in capo della missione Isaf in Afghanistan, David Petraeus. Nel distretto del Gulistan, nel Nord Ovest del Paese, il 9 ottobre furono vittime di un’imboscata quattro alpini: il primo caporalmaggiore Sebastiano Ville, 27 anni, il primo caporalmaggiore Gianmarco Manca, 32 anni, il caporalmaggiore Marco Pedone, 23 anni, e il primo caporalmaggiore Francesco Vannozzi, 26 anni. Con il caporal maggiore Miotto sono 35 i soldati italiani che hanno perso la vita in Afghanistan dall’inizio della missione nel 2004. Nel 2010 le vittime sono state 13, erano state 9 nel 2009.