CASO BATTISTI
Il diritto internazionale di fronte a un criminale
L’ex presidente brasiliano Luiz Inàcio Lula da Silva, negli ultimi atti prima di passare la presidenza al successore, ha detto "no" all’estradizione del terrorista Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per gli omicidi, compiuti tra il 1978 e il 1979, del maresciallo Antonio Santoro, di Lino Sabbadin, macellaio di Mestre, del gioielliere Pierluigi Torregiani e dell’agente di polizia Andrea Campagna. Mentre il nuovo presidente Dilma Rousseff sembra voler confermare la decisione presa dal suo predecessore, il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha annunciato il ricorso alla Corte de L’Aja e da più parti si levano proteste e inviti al boicottaggio. Il SIR ha chiesto sul tema il parere di Riccardo Moro, esperto in questioni internazionali.
Il Brasile ha detto "no" all’estradizione di Battisti. Ora cosa può fare l’Italia?
"Vi è innanzitutto una via giuridica che va esperita, come è già stato annunciato. Si tratta di una procedura di ricorso a fronte della risposta negativa del Brasile. L’ultima parola, però, resta al Paese nel quale è il ricercato. Vi è poi una strada politica: l’Italia ha richiamato il proprio ambasciatore, modo per segnalare, attraverso la diplomazia, irritazione verso la decisione presa. Poi c’è chi propone boicottaggi economici e invita gli italiani emigrati in Brasile a protestare…".
Potranno sortire qualche effetto le azioni "di forza"?
"In teoria no, uno Stato difficilmente cambia le sue decisioni per le proteste che provengono dall’esterno. Tuttavia, in questo caso c’è da considerare che la decisione è stata assunta sotto la presidenza Lula che ora ha terminato il suo mandato. Il passaggio di testimone, quindi, potrebbe essere l’occasione per generare una decisione diversa. Questo, d’altra parte, mi sembra l’unico spazio politico percorribile per un’azione di questo tipo".
Il caso, d’altronde, prima ancora che il rispetto di una sentenza sembra richiamare un giudizio politico…
"Mi pare che si stia facendo una gazzarra senza motivo. Battisti ha superato tutti i gradi di giudizio ed è stato condannato, quindi dovrebbe finire in carcere. Detto questo, non è un caso politico ma la vicenda personale di un criminale. Il clamore che si è sollevato mi sembra fuori luogo, fa tornare a occuparsi delle vicende degli anni Settanta in maniera poco utile. Cesare Battisti non è affatto una vittima politica: l’Italia in quegli anni non è ricorsa a una legislazione straordinaria ma è uscita dal terrorismo grazie alla risposta salda della società e delle istituzioni. Mi preme piuttosto sottolineare come quella stagione sia chiusa, e stanno nascendo cammini di dialogo e riconciliazione tra i protagonisti della lotta di quegli anni e i familiari delle vittime: questo è un tesoro prezioso".
Quale ruolo può avere il diritto internazionale in questa vicenda, che vede contrapposti gli ordinamenti giuridici di Stati sovrani?
"È da anni che parliamo della debolezza del diritto internazionale, a fronte di ordinamenti nazionali robusti. Proprio per questo non riusciamo ad affrontare efficacemente le ingiustizie che si consumano nel tempo della globalizzazione, né può essere condotta con successo la lotta alla povertà, e pure è difficile contrastare i reati fiscali compiuti su scala internazionale. Se riuscissimo a utilizzare questa vicenda per una riflessione più ampia su come irrobustire il diritto internazionale e sui significati della giustizia, della pena, della riconciliazione, allora sì che potremmo aver acquisito da questa penosa vicenda qualcosa di positivo".