TERRA SANTA
Vescovi Usa e Ue da oggi in visita di solidarietà in Medio Oriente
(Gerusalemme, dall’inviato di SIR Europa) – Si è aperta il 9 gennaio (fino al 13) con la visita alle parrocchie di Nablus e Gerico, nei Territori palestinesi, la tradizionale visita in Terra Santa dei vescovi del Coordinamento delle Conferenze episcopali a favore della Chiesa della Terra Santa e dell’Assemblea dei vescovi cattolici della Terra Santa (Hlc 2011), quest’anno sul tema, già del Sinodo di ottobre scorso, "La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza". La delegazione, composta da circa trenta tra vescovi e rappresentanti di Conferenze episcopali e organismi ecclesiali europei e nord americani, suddivisa in due gruppi, ha raggiunto Nablus e Gerico, dove dopo la celebrazione della messa ha incontrato i fedeli locali per raccogliere le loro testimonianze di vita. Particolare significato ha assunto la visita a Gerico, alla parrocchia del Buon Pastore, data anche la ricorrenza liturgica del Battesimo di Gesù. Infatti i vescovi, dopo l’incontro, si sono recati in pellegrinaggio sulle rive del Giordano che sta tornando ad essere luogo di riferimento dei pellegrini. La sponda israeliana del fiume, non distante da Gerico, rimasta chiusa per oltre 42 anni perché zona militare, sta tornando ad essere frequentata dai pellegrini e la sua riapertura ufficiale è fissata per il 18 gennaio.
Il parroco di Gerico, il francescano di origini siriane Ibrahim Sabbagh, salutando i vescovi della delegazione ha voluto esprimere il suo ringraziamento "per la presenza e la vicinanza che mostrate alla parrocchia cattolica più piccola della Palestina (poco meno di 200 fedeli, ndr) che vive nella città più antica del mondo. Oggi la Chiesa universale fa visita a questo suo piccolo gregge. La vostra solidarietà c’incoraggia e ci rafforza nella nostra vocazione ad essere presenza viva nella terra di Gesù". Per quanto piccola, la parrocchia gestisce due scuole private con oltre 1.000 alunni in totale, dei quali dice al SIR il francescano, "solo 41 sono cattolici. A tutti viene garantito l’insegnamento della religione, nel rispetto della fede di appartenenza, per sei ore settimanali". "Grazie alle scuole e ai benefattori che le sostengono finanziariamente come il Patriarcato latino e la Custodia sottolinea il religioso che guida la parrocchia da poco meno di due mesi la nostra comunità è molto rispettata e apprezzata dalla gente e dalle autorità locali. Attraverso la cultura e l’istruzione cerchiamo, infatti, di educare i giovani al dialogo e alla convivenza, il modo migliore, forse, per fronteggiare un certo radicalismo islamico che comincia a farsi sentire anche nei Territori palestinesi. Gli echi egiziani e iracheni non sono poi così lontani. Movimenti integralisti puntano sulle conversioni all’Islam arrivando a bussare anche alle case dei cristiani e ciò provoca sofferenza. Ci sono poi movimenti radicali anche tra i cristiani. Sono sempre di più le sette protestanti, influenti e ricche, che inviano i loro missionari tra i nostri fedeli e tra quelli delle altre Chiese creando divisioni e contrasti". Pressioni che trovano in alcuni un terreno fertile dove attecchire, a causa di una crisi socio-economica ultradecennale e che provoca l’emigrazione. Spiega, infatti, padre Sabbagh: "La nostra è una Chiesa povera e piccola. I cristiani vivono le difficoltà sociali ed economiche provocate dall’occupazione militare israeliana. Gli spostamenti per andare in ospedale, a lavoro sono difficili. Lottando per avere garantiti i nostri diritti, dopo anni, siamo riusciti ad ottenere con più facilità permessi per uscire dai Territori e andare a pregare nei Luoghi Santi o a trovare parenti. Io stesso, che provengo dalla Siria, ho dovuto attendere mesi per avere un visto di studio per Betlemme. Sono infatti considerato un nemico sia da Israele sia da Fatah, che governa i Territori. La Siria è considerata sostenitrice di Hamas, fazione opposta a Fatah".
Poveri e deboli ma anche "ricchi e forti". Qui la voce del francescano si fa ancora più sicura e salda. "Siamo ricchi e forti perché abbiamo la consapevolezza dell’importanza della nostra presenza qui. Siamo segno della Chiesa universale. La nostra fede viene alimentata dalla Parola di Dio. Quando sono arrivato a Gerico sette settimane fa racconta il francescano chiesi ai parrocchiani da dove potevamo cominciare il nuovo lavoro. Mi risposero che avevano sete della Parola di Dio. Da qui, dalla catechesi, dalla preghiera siamo ripartiti. La presenza di vescovi dall’Europa e dagli Usa ci rinsalda nella convinzione che siamo parte preziosa della Chiesa, i figli della Chiesa madre di Gerusalemme. La nostra fede abbraccia la Croce ogni giorno, ed è la realtà che viviamo quotidianamente a ricordarcelo. Siamo una minoranza ma viva, che vuole restare in vita e per farlo ha scelto di camminare con la Croce abbandonandosi alla provvidenza. Essere cristiani in Medio Oriente oggi significa questo. Quella Croce conclude forse smarrita da molti in Occidente, adagiati sulla prosperità e sul sentirsi, non sappiamo ancora fino a quando, maggioranza. Ma la ricchezza e il sentirsi parte di una maggioranza a volte può ingannare".