ANNI DI PIOMBO

Quel deficit di memoria

Il monito del presidente della Repubblica

Nella vicenda della mancata estradizione di Cesare Battisti "è mancato qualcosa alla nostra cultura e alla nostra politica per trasmettere, e far capire davvero, il senso di ciò che accadde in quegli anni tormentosi del terrorismo". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlando nei giorni scorsi a Ravenna. "Le vicende tristi dei giorni scorsi – ha proseguito riferendosi al caso Battisti – hanno dimostrato che non siamo riusciti, anche nel rapporto con Paesi amici, sia vicini sia lontani, a far comprendere fino in fondo cosa abbia rappresentato quella vicenda per il nostro Paese e quale forza straordinaria sia servita per battere il terrorismo". Prendendo spunto dalle parole del capo dello Stato, il SIR ha rivolto alcune domande ad Agostino Giovagnoli, docente di storia contemporanea all’Università Cattolica di Milano, proprio nel giorno in cui, a Torino, è ricomparsa la stella a cinque punte (simbolo delle Brigate Rosse, ndr.), in una lettera di minacce indirizzata all’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne.

C’è un "deficit di memoria", a suo avviso, sugli "anni di piombo"?
"Io credo che abbia ragione il presidente Napolitano a mettere l’accento su questo ‘deficit’. In Italia quelli del terrorismo sono stati anni molto drammatici, ma hanno anche segnato una stagione di grande mobilitazione democratica, che è stata prima di tutto una mobilitazione morale, perché la società italiana è riuscita a superare gli anni di piombo grazie ad una reazione di rifiuto della violenza: un rifiuto di tipo morale, che poi è diventato una protesta civile, politica, istituzionale. È proprio questa capacità di mobilitazione delle energie morali ciò di cui si è persa la memoria, e che invece merita di essere trasmesso alle nuove generazioni".

È la capacità di "mobilitazione morale" ciò che l’Italia di oggi ha perso?
"Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione paradossale. I problemi, infatti, sono molto meno gravi di allora, ma è singolare che proprio a fronte di problemi meno gravi, ci sia una maggiore incapacità di trovare energie morali e di spenderle poi sul piano civile e politico. Non dobbiamo dimenticare che l’Italia è uscita da una situazione gravissima, come quella del terrorismo, senza ricorrere a leggi speciali, attraverso modalità profondamente rispettose della democrazia e con la garanzia della libertà per tutti. Tutto ciò è stato possibile solo perché tutte le forze politiche si sono unite, rinunciando ciascuna a non poco della propria situazione politica e anche della propria identità".

Che cosa vuol dire il presidente quando parla della nostra incapacità di farci comprendere dai "Paesi amici sia vicini sia lontani", sul terrorismo?
"Credo che il capo dello Stato si riferisca al Brasile, ma anche ad altri Paesi più vicini a noi: pensiamo alla Francia, dove effettivamente il terrorismo di sinistra in Italia ha goduto, da parte francese, di una comprensione molto larga. La simpatia francese per il terrorismo italiano non è giustificata, e s’inserisce in un pregiudizio nei confronti dell’Italia, che spesso mostra una debolezza politico-istituzionale, ma è anche un Paese capace di grandi imprese, soprattutto nei momenti più drammatici della sua storia. Nella lotta al terrorismo, in particolare, il caso italiano è considerato un modello: altri Paesi invidiano l”uscita morbida’ dell’Italia dal terrorismo, con un prezzo terribile ma contenuto, anche grazie al ruolo fondamentale che la Chiesa cattolica ha svolto nell’aiutare al superamento dei conflitti e alla riconciliazione".

Quali le responsabilità degli adulti, nel non essere stati capaci di trasmettere alle nuove generazioni il "senso della storia"?
"Certamente c’è una grandissima responsabilità delle forze politiche, che oggi lavorano contro la memoria, contro la storia. Dire che l’Italia ha superato positivamente la sfida del terrorismo, significa dare un giudizio positivo ad alcuni aspetti della storia della ‘prima Repubblica’, nei confronti della quale negli ambienti politici attuali c’è invece una sorta di damnatio memoriae (maledizione della memoria, ndr). La cultura italiana attuale, inoltre, rifiuta la riflessione storica: ma il rifiuto della storia impoverisce la politica, la cultura, e anche il senso di un progetto non schiacciato sul presente".

I 150 anni dell’Unità d’Italia possono essere l’occasione per una "memoria virtuosa"?
"Io credo che quest’anniversario sia un’occasione importante da cogliere, come ha mostrato anche il recente convegno organizzato dal progetto culturale della Cei, dando di esso una lettura insieme serena e non retorica. L’Unità d’Italia è stata un grande progetto attraverso cui la società italiana del tempo ha dato una risposta efficace alle sfide internazionali di quel momento storico. Bisogna provare ad attualizzare quella vicenda: ora le sfide sono cambiate, ed è necessario imparare dalla lezione del passato a dare risposte piene, globali e a saper costruire qualcosa di nuovo, come è stato certamente a suo tempo lo Stato italiano".