UE

Più politica estera comune

I gravi problemi internazionali non consentono ritardi e distrazioni

È un inizio d’anno particolarmente “caldo” per l’Unione europea sul fronte internazionale. Il quadro geopolitico non consente distrazioni fra crisi regionali, minacce ai diritti umani, effetti della crisi economica… Ne sa qualcosa Catherine Ashton, Alto rappresentante per la politica estera, che solo nelle ultime ore è dovuta intervenire sulla distruzione dell’Hotel Shepherd a Gerusalemme est, sull’assassinio di due giovani francesi in Niger, sul referendum in Sudan, sugli attentati contro la comunità copta in Egitto, sulle delicate situazioni nel Punjab e in Bielorussia.Vecchie e nuove sfide. A oltre un anno dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’Ue sta ancora provvedendo a creare il Servizio di azione esterna, che dovrebbe costituire le rete diplomatica comunitaria in tutto il mondo. L’oggettiva complessità dell’operazione, il freno posto dagli Stati membri, i ritardi dell’azione della Ashton stanno ritardando un importante obiettivo che l’Ue si era assegnata a Lisbona: dare una sola voce alla politica estera europea. Nel frattempo la stessa Unione si deve confrontare con una realtà mondiale definita nelle sedi Ue “preoccupante”. Sul vecchio continente si conferma la necessità di una politica di vicinato efficace, tale da far assumere alle ex repubbliche sovietiche la via della democrazia e dello sviluppo. Operazione finora non riuscita con la Bielorussia, che si trova sotto il regime antidemocratico di Aleksandr Lukashenko, nei confronti del quale l’Ue ha finalmente deciso una serie di sanzioni diplomatiche ed economiche. Ma a Bruxelles si guarda sempre con sospetto anche alla Russia, sia sul piano dell’azione regionale di Mosca sia per la carenza di reali garanzie democratiche. L’Ue non può del resto inoltre ignorare nuove sfide: le ricadute dell’aumento dei prezzi alimentari che sta turbando in particolare i Paesi del Maghreb; gli esiti del voto popolare in Sudan; la tragedia umanitaria del colera ad Haiti, a un anno dal terremoto; le insistenti tensioni fra israeliani e palestinesi; l’intricato quadro militare e politico di Iraq e Afghanistan; le minacce atomiche della Corea del nord; la questione dell’estradizione dal Brasile verso l’Italia del terrorista Cesare Battisti; i traballanti conti pubblici del Portogallo; il rischio-diossina per alcuni prodotti provenienti dalla Germania…Libertà religiosa nel mondo. Resta poi sempre d’attualità la questione della tutela della libertà religiosa nel mondo, sulla quale si è concentrato papa Benedetto XVI nel suo discorso al Corpo diplomatico presso la Santa Sede il 10 gennaio. Le istituzioni europee per la verità non mancano di denunciare le violenze contro i cristiani nel mondo: il vero problema è, al di là delle prese di posizione generiche, quello di trovare le modalità per interventi politici e diplomatici che abbiano qualche efficacia. Sugli ultimi attentati che hanno avuto per obiettivi comunità cristiane nei diversi Paesi si sono levate nei giorni scorsi – magari con qualche ritardo – varie voci. La stessa Catherine Ashton, il 1° gennaio s’è detta “profondamente rattristata per la notizia dell’attacco compiuto contro i fedeli riuniti nella chiesa copta ad Alessandria d’Egitto”. La Ashton ha condannato “senza riserve l’attacco compiuto contro i fedeli copti innocenti”. L’Alto rappresentante ha aggiunto: “Non vi può essere alcun tipo di giustificazione per questo attacco. Il diritto dei cristiani copti a riunirsi e praticare il proprio culto liberamente deve essere tutelato”.Possibili interventi Ue. Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, che alcuni giorni dopo ha sostenuto che la tolleranza è uno dei “principi chiave sui quali si fonda l’Unione europea” e che “i cristiani in Egitto ci hanno ricordato quanto sia grave la situazione per le minoranze cristiane”. Anche il Consiglio e l’Euroassemblea avevano preso nei mesi scorsi decise posizioni sulla libertà religiosa nel mondo. Nel frattempo, diversi leader nazionali hanno dato voce alle medesime preoccupazioni, a partire dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, dal ministro degli esteri italiano Franco Frattini, dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Quest’ultimo ha denunciato “un piano particolarmente perverso di epurazione dai Paesi arabi dei cristiani d’Oriente”. Il tema sarà ora affrontato durante la sessione plenaria dell’Europarlamento il 17-20 gennaio e dal Consiglio affari esteri del 31 gennaio. A tale fine il vice presidente vicario dell’Europarlamento, Gianni Pittella, e l’eurodeputato Mario Mauro, che è anche rappresentante Ocse contro razzismo e discriminazioni, in una nota congiunta del 7 gennaio scrivono: “Le persecuzioni contro i cristiani sono ormai un’emergenza quotidiana nel mondo. Da lungo tempo rileviamo l’urgenza di questa situazione, che va al di là della situazione politica di ogni singolo Stato, e che richiede di essere affrontata nel suo complesso dalle istituzioni Ue”. “Si devono poter vincolare – sostengono Pittella e Mauro – gli accordi economici Ue alla tutela delle minoranze religiose ed etniche”.