TERRA SANTA
Conclusa la visita dei vescovi di Europa, Usa e Canada
"Come Chiesa locale ci interessa la sensibilità e l’interesse di quella universale. Ogni incontro del Coordinamento segna una nuova ripartenza di questo lavoro di sensibilizzazione delle Chiese di Europa, Usa e Canada. Sono anche eventi come questo, infatti, che rafforzano il senso di unità e di appartenenza e la solidarietà. È pertanto necessario continuare a dare seguito a tale azione e da parte nostra non tirarci indietro dal portare la Croce che impone la situazione attuale". Con queste parole il patriarca latino di Gerusalemme ha salutato la chiusura della visita annuale dei vescovi Usa, Ue e Canada, del Coordinamento delle Conferenze episcopali a favore della Chiesa della Terra Santa e dell’Assemblea dei vescovi cattolici della Terra Santa (Hlc 2011) che si è svolta a Gerusalemme dall’8 al 13 gennaio. Il SIR ha incontrato il patriarca latino Fouad Twal, al quale ha chiesto un bilancio dei lavori.
Tra i temi discussi dal Coordinamento c’è stato il dialogo ecumenico: a suo parere punto di forza o lato debole della Chiesa di Terra Santa?
"Qui in Terra Santa l’ecumenismo viene vissuto quotidianamente dai fedeli nelle azioni di tutti i giorni. La verità è che essi sono più preparati dei loro capi religiosi, che invece hanno un po’ paura. La comunione viene vissuta meglio nelle scuole, nella Caritas, nelle istituzioni di servizio e di accompagnamento ecclesiale. A loro volta i capi religiosi fanno più fatica. Quelli che sono originari di qui hanno una maggiore sensibilità nei riguardi del conflitto e della sofferenza che deriva dalla situazione sul terreno. Chi viene da fuori non ha la stessa sensibilità. Noi latini, tuttavia, abbiamo una maggiore presenza pastorale, tra la gente. Altri invece hanno più beni da gestire e quindi occupati nella loro amministrazione".
Sul dialogo con ebrei e musulmani, invece, è emersa tutta l’influenza del conflitto israelo-palestinese…
"Crediamo molto nel dialogo con gli ebrei e con Israele, ma la situazione politica sembra aver rovinato i progressi fatti fino ad ora. Non si può separare il dialogo religioso da quello di vita. E penso alla riunificazione delle famiglie, a quelle generazioni di giovani che sono nati sotto l’occupazione israeliana e che non conoscono ancora dove si trova il Santo Sepolcro. Come pastori siamo molto preoccupati da questa situazione, che futuro hanno queste famiglie, i giovani? Gli ostacoli sono i check point, la mancanza di libertà e di movimento".
Dialogare con l’Islam significa anche affrontare la questione, più volte sollevata, della libertà religiosa. In che modo?
"Con i musulmani non bisogna cadere nelle generalizzazioni: ci sono luoghi e persone, e sono molti, con cui è possibile dialogare. Ed oggi ancora di più. I massacri di Baghdad e di Alessandria d’Egitto stanno portando frutti di bene, uno di questi è la crescita di coscienza dei capi musulmani sul rischio del fanatismo e radicalismo religioso. Davanti a fatti del genere appare chiara la deriva verso la quale ci potrebbe indirizzare il fanatismo che va, dunque, fronteggiato in modo adeguato. In questi giorni ho letto su diversi giornali arabi commenti bellissimi di intellettuali musulmani che avvertivano di questo rischio. Ogni attacco ai cristiani è un attacco all’umanità intera senza distinzione. Va apprezzato, in questo senso, il grande gesto di tanti musulmani che dopo la strage ad Alessandria d’Egitto si sono recati in ospedale a donare il sangue per i feriti cristiani. In questi drammatici eventi emerge tutto il senso di umanità dei credenti sul quale siamo chiamati a costruire insieme la convivenza e la tolleranza. In questa direzione vorrei segnalare che il 2 e 3 febbraio si svolgerà a Doha, in Qatar, un incontro interreligioso su Gerusalemme e sul fanatismo religioso. Si tratta di un’iniziativa della Lega Araba che ha voluto convocare per questo capi cristiani e musulmani. Un appuntamento che nasce probabilmente sull’onda di terrore e di condanna scaturita dopo le stragi di Baghdad e di Alessandria d’Egitto".
I lavori hanno messo a fuoco anche il problema dei libri di testo islamici ed israeliani che discriminano la storia del Cristianesimo, cosa che non aiuta certo il dialogo…
"Abbiamo condotto uno studio a riguardo su tutti i testi in adozione evidenziando gli aspetti negativi e gli errori in essi contenuti. Ora dovremo parlare con i responsabili scolastici del Governo perché garantiscano una corretta istruzione. È indispensabile rivedere l’educazione e il tema religioso se vogliamo una società sana e tollerante".
Sebbene non sia mai stato affrontato in modo specifico, il tema dell’occupazione israeliana ha fatto da sfondo a tutti gli interventi. Nel suo messaggio natalizio aveva espresso preoccupazione per il fallimento dei negoziati diretti. C’è un po’ di rassegnazione, di abbattimento della speranza in una soluzione politica?
"I fallimenti e le ricadute sono il nostro pane quotidiano, non per niente definisco la nostra una Chiesa del Calvario. Ma questa Terra è anche quella delle sorprese, bruttissime come quelle dello stop dei negoziati e bellissime come la Resurrezione di Cristo. Speriamo che si riprenda il dialogo per ridare a Gerusalemme la sua vocazione di città di pace per tutte e tre le religioni e non solo per pochi. Non dobbiamo lasciare l’ultima parola agli estremismi, tocca ai moderati farlo, alla politica".
Già ma la comunità internazionale, Europa in testa, non sembra avere il giusto peso per favorire il riavvicinamento delle due parti. Perché?
"Ripeto quanto detto a Natale: l’Europa deve assumere un ruolo più politico e non solo finanziario e materiale. Grazie per gli aiuti ma saremmo più felici se il monopolio politico non venisse lasciato solo agli Usa e a Israele che non danno molto spazio agli altri".