CCEE - TERRA SANTA
Lo ha lasciato a Gerusalemme mons. Mirdita a nome dei vescovi d’Europa
Si è chiusa il 13 gennaio, a Gerusalemme, la visita dei vescovi del Coordinamento delle Conferenze episcopali di Usa, Ue e Canada a favore della Chiesa della Terra Santa e dell’Assemblea dei vescovi cattolici della Terra Santa (Hlc 2011). A rappresentare i vescovi europei del Ccee è stato l’arcivescovo di Tirana-Durazzo, mons. Rock Mirdita, presidente della conferenza episcopale di Albania e che ha vissuto a lungo negli Usa. Una presenza significativa tanto più che si tratta di un pastore di una Chiesa dell’Est, che ha subito il peggiore regime dittatoriale comunista, quello di Enver Hoxha. Pubblichiamo la riflessione di mons. Mirdita al termine del suo viaggio in Terra Santa.Per la prima volta ho partecipato ai lavori del Coordinamento delle Conferenze episcopali di Usa, Ue e Canada a favore della Chiesa della Terra Santa e dell’Assemblea dei vescovi cattolici della Terra Santa (Hlc 2011) e posso dire che per me ha rappresentato una scoperta. La mia percezione dei problemi di questa Terra è adesso molto cambiata. Il fatto che io abbia vissuto a lungo negli Stati Uniti mi ha permesso di essere informato sulle vicende di qui ma parteciparvi direttamente, ascoltando in prima persona le testimonianze appassionate dei membri della chiesa locale che hanno esposto i loro problemi, raccontato la vita della Chiesa e le difficoltà che essa incontra ogni giorno, mi ha fatto ulteriormente riflettere ed in modo diverso rispetto al passato.Ascoltando queste testimonianze, infatti, ho pensato al Kossovo, Paese la cui situazione non è certo simile o paragonabile a quella in cui versa la Terra Santa ma la verità è che esso ha guadagnato, in breve tempo, la sua indipendenza grazie anche al supporto della Comunità internazionale e di Paesi importanti come gli Stati Uniti ed Europa. Negli Usa si dice “if there is a will, there is a way”, vale a dire che se c’è la volontà si trova la strada per risolvere i problemi. E questo vale anche per la Terra Santa, se esiste una reale volontà, forte e decisiva della comunità internazionale, allora si può trovare una soluzione al conflitto ma è chiaro che le due parti devono essere pronte a sacrificare qualcosa, e disposte a trovare un giusto compromesso che salvaguardi le aspirazioni di entrambi. Non spetta alle Chiese proporre soluzioni politiche, certo, ma queste possono contribuire a creare il clima giusto perché questo possa verificarsi. Come? Sensibilizzando e predisponendo gli animi della società civile attraverso la preghiera e i richiami alla pace, alla tolleranza, alla convivenza e al rispetto reciproco. Accanto a questi non sottovaluterei un impegno a sensibilizzare anche i rispettivi Governi affinché facciano dei passi concreti per ricercare una soluzione giusta e duratura alla crisi. Nessuno deve restare indifferente ai problemi della Terra Santa.Tuttavia, ritengo, che vada mantenuto un atteggiamento equilibrato sia nel sostenere le istanze israeliane che quelle palestinesi così da preservare anche le possibilità di dialogo e di incontro tra i due. La Terra Santa è un generatore forte di ispirazione di valori comuni a tutti gli uomini, a qualunque fede ed etnia essi appartengono. La mia presenza in Terra Santa, quale rappresentante dei vescovi del Ccee, il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, è un motivo di orgoglio non solo per me ma per tutto il mio Paese. Chi avrebbe mai pensato, venti anni fa, che un vescovo albanese avrebbe rappresentato l’Europa in Terra Santa? È un dono di Dio del quale siamo grati, un privilegio per cui rendere grazie. Credo che la mia presenza in Terra Santa sia un segno, alla chiesa locale e ai suoi fedeli, che indica come le situazioni, anche le più difficili possono cambiare così come sono cambiate in Albania. L’Albania, oggi, è un Paese in cui convivono pacificamente i fedeli delle tre religioni. Un segno di speranza.