FIAT MIRAFIORI
Riflettere sul voto degli operai
Ha vinto nella notte il "sì" all’accordo tra i lavoratori della Fiat di Mirafiori e l’azienda, voluto dall’amministratore delegato della casa automobilistica, Sergio Marchionne. Al voto hanno partecipato 5.060 lavoratori, oltre il 94,2% degli aventi diritto. Il "sì" ha prevalso con 2.735 voti, pari al 54,05%, mentre a votare "no" sono stati 2.325 (45,95%); 59 le schede nulle e bianche. Al riguardo, il SIR ha chiesto un commento all’economista Stefano Zamagni, docente all’Università di Bologna ed esperto della dottrina sociale della Chiesa.
Come giudica il risultato del referendum a Mirafiori?
"Il ‘sì’ ha vinto, ma in misura minore di quanto ci si aspettasse. A determinare questo 54% ha contribuito la componente impiegatizia, mentre tra gli operai c’è stato un ‘testa a testa’ (il ‘sì’ ha prevalso per soli 9 voti; fra le tute blu, al montaggio e alla lastratura si è registrato un 53% di no, ndr). Questo risultato indica che la vicenda non è stata gestita bene dai vertici dell’azienda, i quali non hanno messo in evidenza il significato profondo dell’accordo, né esplicitato le responsabilità di quel calo di produttività registrato negli ultimi anni. Esse, infatti, ricadono in parte sulla componente-lavoro, ma soprattutto sulla componente-capitale. In altri termini, la perdita di competitività in parte è dovuta ad assenteismo, minore impegno dei lavoratori, conflittualità, ma soprattutto è mancato un investimento aziendale".
Quindi Marchionne avrebbe dovuto agire diversamente?
"Bisognava fare un’operazione trasparenza e dire tutta la verità. Chiedendo uno sforzo maggiore agli operai Marchionne avrebbe dovuto, al tempo stesso, mettere in luce le responsabilità degli azionisti. Così, invece, i lavoratori sono stati gli unici a finire sul banco degli imputati per le difficoltà dell’azienda, e con il voto hanno dato un segnale. Ricordiamo che la Fiom non rappresenta certamente la metà degli operai Fiat, dunque molti non aderenti al sindacato di Landini e Camusso hanno votato ‘no’".
Ora cosa si profila all’orizzonte?
"Penso che prevarrà la saggezza. Il fatto che Marchionne abbia vinto di misura lo obbliga a mantenere gli impegni presi, ma al tempo stesso gli farà ricordare che le responsabilità sono da ambo le parti. La stessa dottrina sociale della Chiesa ha sempre tenuto una linea di equilibrio, ricordando che nei processi produttivi c’è il lavoro, ma pure il capitale".
E i rapporti con la Fiom?
"Sono certo che a questo punto il sindacato capirà: non può continuare ad essere antagonista, deve cercare il bene comune di chi lavora nell’impresa, ma anche quello generale. E si dovranno ricomporre le spaccature tra le diverse sigle: il sindacato è forte quando è unito. Infine, guai se dopo questo risultato scattassero meccanismi di rivalsa".
Chi era contrario all’accordo ha parlato di erosione di diritti fondamentali dei lavoratori. È così?
"No. Semmai vengono messe in discussione alcune interpretazioni dei diritti. Si viola un diritto fondamentale quando lo si porta via senza dare nulla in cambio. Teniamo poi presente che stiamo parlando di un concetto duale: dietro a ogni diritto c’è un dovere. E, nel caso specifico, a fronte di una produttività che si è abbassata per mantenere il diritto al posto di lavoro si chiede al lavoratore di fare uno sforzo in più".