FIAT MIRAFIORI
Non si tratta solo di turni, straordinari, pause e sindacato
Il referendum alla Fiat di Mirafiori si è concluso e i dati sono definitivi: altissima l’adesione al voto (oltre il 94% dei lavoratori); i "sì" all’accordo stipulato prima di Natale hanno prevalso con il 54% contro il 46% di "no". Esultano azienda, governo e la maggior parte dei sindacati; preoccupazioni esprimono invece la Fiom e una parte di lavoratori, soprattutto in merito alla nuova turnistica, agli straordinari, alle pause, al contratto, alla rappresentanza sindacale… Il SIR ne parla con Pietro Cafaro, professore dell’Università Cattolica, docente di storia economica e sociale ed esperto di storia del sindacato. Fra i suoi studi, numerosi i titoli dedicati al mondo del lavoro, della banca e della moneta, nonché al movimento cattolico italiano.
Professore, un primo commento al voto. C’era forse da aspettarsi questi esiti?
"Più che dei risultati di un voto, in gran parte a mio avviso scontato, mi sembra che molto debba insegnarci l’insieme di una vicenda che ha lacerato coscienze e animi in queste ultime settimane. Per chi osserva dall’esterno questi avvenimenti non vivendoli direttamente sulla propria pelle non può che esserci una grande sofferenza ed è difficile lasciarsi andare ad asettici commenti, dato che in questo caso come in pochi altri è evidente quanto l’economia tocchi la vita concreta delle persone. Ma partiamo dal risultato: l’equilibrio dei numeri non può non tener conto del fatto che molti di quei voti sono stati dettati solamente dalla convinzione dell’ineluttabilità di una scelta obbligata dalla necessità di non perdere, in tempi come i nostri, il posto di lavoro. Per quel che riguarda i contenuti dell’accordo, poi, si tratta forse di piccole restrizioni in linea con altre situazioni già presenti nel resto d’Europa e ancor più nel resto del mondo, ma giocate in una situazione nella quale i margini sono molto ristretti. Una analogia un po’ forzata: a chi vive ai limiti minimi di sussistenza basta poco per farlo cadere sotto quel livello".
Dopo Pomigliano e Mirafiori c’è chi parla di una nuova rotta delle relazioni industriali e sindacali in Italia. La competitività delle nostre imprese ne trarrà vantaggio?
"Non essendo un tecnico non voglio entrare in disquisizioni su parametri di competitività. Da storico ho la netta sensazione che l’eventuale competitività ottenuta sarà solamente di breve periodo e utile forse in questa congiuntura. Vantaggi veri vengono da strategie di lungo periodo e passano attraverso il concetto di innovazione globale. In questo momento (a differenza di quanto avvenne agli albori della rivoluzione industriale e nell’ambito dell’adozione ‘fordista’ della catena di montaggio), le innovazioni organizzative devono lasciare il passo a una scommessa più alta, a un vero e proprio colpo d’ali che può venire solo imboccando le strade della ricerca di competitività sul versante della tecnologia avanzata. Spero che, passato questo scoglio congiunturale, gli investimenti promessi vadano in quella direzione".
E i lavoratori? I loro diritti saranno garantiti?
"C’è la paura legittima di perdere speranza nel futuro proprio e della propria famiglia. Ciò non toglie che i conti con la situazione economica devono essere fatti e la competitività deve assolutamente essere ricercata. I diritti possono essere garantiti solo con il riemergere delle possibilità di una contrattazione unico metodo adeguato da posizioni il meno possibile asimmetriche".
È possibile che il metodo-Fiat si estenda all’intera industria italiana?
"Può darsi, anche se il tessuto connettivo dell’economia di buona parte del Paese, composto di piccole e medie imprese, toglierà dalla passerella dei media molte situazioni. Nel caso delle imprese minori il rischio di imboccare la scorciatoia della ricerca di competitività attraverso il peggioramento (in questo caso più sensibile) delle condizioni lavorative anche dell’imprenditore-lavoratore e dei suoi familiari è ancora più grande. Il vero salto di qualità in questo ambito va fatto oltre che con la tecnologia anche con la creazione di reti sempre più strette tra imprese. Mi permetto di dire, essendo storico del movimento cooperativo, che le innovazioni che in alcuni ambiti di questo comparto si stanno adottando in modo sempre più deciso, dovrebbero fornire l’esempio di un metodo possibile".
I sindacati si sono divisi in questa fase. Non manca chi accusa una parte della rappresentanza dei lavoratori di "stare con i padroni": c’è del vero oppure no?
"Io voglio solo pensare all’onestà intellettuale e operativa di chi ha tali responsabilità, anche perché categorie come quelle di una divisione in classi di ‘padroni’ e di ‘operatori-servi’ mi sembrano anacronistiche. Il ragionamento che facevo riguardava la ‘barca’ sulla quale, bene o male, tutti sono imbarcati. Occorre anzitutto togliere le falle e questo mi sembra sia indispensabile e da farsi a prescindere, dato che qualcuno ha indicato le nuove regole come strumento anti-abusi; poi però non si può pensare che solo accelerando i turni e massimizzando l’impegno dei vogatori si risolva un problema di rotta. Se ci sono abusi vanno eliminati e il sindacato, contribuendo a perseguire questo obiettivo, non sta certo dalla parte dei ‘padroni’, ma da quella di tutti i protagonisti, lavoratori compresi. Ma occorre rendersi conto che il problema è nel quadro d’insieme".