GIORNATA MIGRAZIONI
Educare e lasciarsi educare nella diversità
“Anche i rapporti con culture ed esperienze religiose diverse, resi più intensi dall’aumento dei flussi migratori e dalla facilità delle comunicazioni, possono costituire una risorsa feconda, da valorizzare senza indulgere a irenismi e semplificazioni o cedere a eccessivi timori e diffidenze”.
La “risorsa feconda” è quella che la Chiesa italiana ha posto in luce sul terreno educativo con gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 “Educare alla vita buona del Vangelo”.
Dei migranti si parlerà oggi in occasione della Giornata mondiale ad essi dedicata. Non sarà una celebrazione episodica e frettolosa perché la riflessione e l’impegno della Chiesa e dei cattolici in questo ambito hanno il ritmo della quotidianità.
Basta stare alla cronaca delle ultime settimane con la “Festa dei popoli” vissuta in molte diocesi oppure ricordare che nell’esperienza estiva degli oratori lombardi tra i circa cinquecentomila ragazzi accolti c’erano molti immigrati. Alcuni anche tra gli educatori.
Quest’anno c’è, dunque, qualcosa di nuovo nella celebrazione della Giornata.
È la più marcata sensibilità educativa che diventa, nello stesso tempo, il risultato e il rilancio di un supplemento di pensiero, di progetto e d’impegno.
La cultura dell’accoglienza si intreccia sempre più con l’arte dell’educare e del lasciarsi educare.
Anche gli immigrati ci educano.
È la logica della lavanda dei piedi che sul piano educativo diventa, si sottolinea negli Orientamenti per il decennio, “un gesto rivoluzionario che rovescia i rapporti abituali tra maestro e discepoli, tra padrone e servi”.
Li rovescia anche tra immigrati e non immigrati, toglie all’integrazione il freddo di un processo meccanico e la trasforma nel calore di una comunicazione tra volti.
Cambiare rapporti consolidati non è comunque un passo facile soprattutto in un tempo d’incertezza, di crisi e di paura.
Tuttavia “queste condizioni, in cui si colloca oggi il percorso formativo, se comportano maggiore fatica e rischi inediti rispetto al passato, accrescono lo spazio di libertà della persona nelle proprie decisioni e fanno appello alla sua responsabilità”, mentre “per la Chiesa e per il Paese si tratta senza dubbio di una delle più grandi sfide educative”.
Mai era stato colto con tanta chiarezza e con tanta positività il tesoro nascosto dell’educare che è dentro la mobilità umana.
C’è, allora, un altro passo da compiere nel nostro Paese e nella nostra Chiesa.
“All’accoglienza deve seguire la capacità di gestire la compresenza di culture, credenze ed espressioni religiose diverse. Purtroppo si registrano forme di intolleranza e di conflitto, che talora sfociano anche in manifestazioni violente. L’opera educativa deve tener conto di questa situazione e aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione”.
Parole che, di fronte a episodi d’intolleranza e di violenza, scuotono la coscienza di quanti avvertono come avventura bella e grande quella di contribuire alla costruzione di un mondo migliore.
C’è un altro pensiero forte sul terreno educativo a cui invitano gli Orientamenti.
“La comunità cristiana educa a riconoscere in ogni straniero una persona dotata di dignità inviolabile, portatrice di una propria spiritualità e di un’umanità fatta di sogni, speranze e progetti”.
La comunità, che educa al riconoscimento dell’altro, viene riconosciuta dallo stesso altro come casa comune, come luogo di una reciprocità che non consente frontiere tra chi educa e chi viene educato.
E così si arriva ad affermare: “L’approccio educativo al fenomeno dell’immigrazione può essere la chiave che spalanca la porta a un futuro ricco di risorse e spiritualmente fecondo”.
Spalancare la porta al futuro è dire oggi le ragioni della speranza.