EBREI-CRISTIANI

La forza di un appello

La settimana sull’unità e le sue radici

Da oltre vent’anni, su iniziativa della Conferenza episcopale italiana, l’annuale settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – che si celebra in tutte le Chiese dell’emisfero nord del mondo dal 18 al 25 gennaio – è preceduta da una "Giornata di riflessione ebraico-cristiana" (17 gennaio) che si sofferma sulla "quinta parola" del Decalogo: "Onora tuo padre e tua madre". Questo preambolo alla preghiera per l’unità dei cristiani ben sottolinea una consapevolezza propria alle nostre Chiese: potremo avanzare sul cammino dell’ecumenismo solo se, sotto la guida dello Spirito Santo, sapremo porre al cuore della nostra conversione al Signore il suo Vangelo e, nel contempo, riscoprire l’humus nativo della Chiesa, che è la fede di Israele e la sua attesa messianica. L’unità dei cristiani, infatti, non si situa solo in un avvenire lontano che ci attende, e che a volte sembra allontanarsi, ma è anche un evento che ci precede perché ha le sue radici nella comunione tra i discepoli attorno al Signore Gesù: l’unità appartiene al nostro passato, prima ancora che al nostro futuro.
Il tema scelto quest’anno dall’apposita Commissione internazionale creata dal Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani e dal Consiglio ecumenico delle Chiese s’inserisce con forza in questa prospettiva, offrendo come testo di meditazione e di preghiera proprio la primitiva comunità di Gerusalemme, quei discepoli che – dopo aver seguito il Signore Gesù che era passato in mezzo al popolo d’Israele facendo il bene e donando se stesso fino alla morte in croce per la salvezza dell’umanità intera – continuano il loro cammino e la loro testimonianza come comunità fedele nell’amore. Tutti i discepoli, scrive l’autore degli Atti degli apostoli, erano "uniti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera" (At 2,42). È il primo di quei "sommari" che ci presentano la comunità apostolica come modello di ogni comunità cristiana, è il testo che scandisce le quattro "note" ecclesiali proprie ai discepoli di Gesù nel corso della storia, coloro che il Vangelo di Giovanni chiama beati perché "non hanno visto e hanno creduto" (cfr Gv 20,29).
Pregare insieme per l’unità dei cristiani, significa innanzitutto invocare dal Signore quell’unità che noi non sappiamo ristabilire, fare nostra la preghiera di Gesù al Padre prima di deporre liberamente la sua vita. Ma significa anche divenire docili alla parola di Dio che ogni giorno suscita e alimenta la comunità cristiana e, d’altro lato, lasciarci giudicare da quella Parola, riconoscendo le nostre infedeltà al comandamento nuovo dell’amore. Ritrovarci a pregare insieme – cristiani di diverse Confessioni inseriti nella multiforme bellezza della Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi – richiede allora anche di confrontarci con il nostro non essere "uniti nell’insegnamento degli apostoli", con il nostro aver ferito la "comunione", con l’impossibilità di "spezzare insieme il pane" eucaristico e di bere allo stesso calice, con la nostra tiepidezza nel ritrovarci insieme a pregare per chiedere a Dio di portare a compimento ciò che ha iniziato in noi e nelle nostre comunità.
Come tutte le ricorrenze, anche la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani può diventare un’abitudine svuotata di passione o un rito da ripetersi quasi per obbligo: sta a noi ridarle la sua forza di appello evangelico, sta al vissuto delle nostre comunità prolungarla in un’incessante invocazione perché venga presto il giorno della piena unità visibile dei cristiani, sta a noi tradurla in gesti quotidiani nell’oggi della storia. Allora tutti i discepoli di Cristo potranno essere riconosciuti tali per l’amore che saranno in grado di testimoniare gli uni per gli altri, per quell’amore che sull’esempio lasciato da Gesù si dilata fino ad abbracciare il persecutore e il nemico. Davvero la preghiera fatta con fede è destinata a divenire una componente della storia, una forza capace di trasportare ostacoli grandi come montagne.