TUNISIA
Un esempio per altri Paesi a guida autoritaria?
Nel momento in cui scriviamo la situazione in Tunisia è ancora estremamente fluida: a meno di 24 ore dalla formazione del nuovo governo di transizione, cinque ministri hanno annunciato le dimissioni, mentre nelle strade di Tunisi continuano le proteste. Riassumiamo i fatti. Da qualche settimana, numerose manifestazioni, promosse dal sindacato nelle principali città del Paese, protestavano contro la difficile situazione economica. L’aumento dei prezzi alimentari, che sui mercati mondiali sta tornando ai livelli roventi del 2008, è stata l’occasione delle manifestazioni, ma non la ragione principale. La popolazione, solidale col sindacato, lamentava il disagio di una situazione economica in cui il prodotto nazionale, in forte crescita, rimaneva concentrato in poche mani, mentre la crisi finanziaria ha recato danni e disoccupazione alle fasce più povere. In pochi giorni, visto il crescente consenso intorno alla protesta, la gente ha preso coraggio sino a chiedere un cambiamento politico. Le milizie fedeli al presidente Ben Ali hanno reagito con la forza, sparando ad altezza d’uomo e uccidendo decine di manifestanti. Il sangue, inizialmente occultato dalla stampa di regime, ha alimentato la determinazione della protesta, sino alla fuga meschina di Ben Ali e della sua famiglia. Dopo la fuga, il partito di governo e le forze di opposizione presenti nel Paese hanno dato vita ad un nuovo governo, ma lasciando i posti chiave nelle mani dei ministri del partito di Ben Ali. La piazza ha ripreso le proteste, diversi ministri hanno dato le dimissioni e il governo, prima ancora di aver iniziato ad agire, traballa. La soluzione più probabile è un rinnovo ancora più radicale della composizione del governo, dando più peso all’opposizione e alla società civile, per portare a elezioni libere entro pochi mesi. Ma gli esiti finali non sono scontati, una degenerazione è ancora possibile.
È un cambiamento inatteso? In realtà no. La situazione tunisina da tempo era ingessata da un potere centrale dittatoriale che dominava la politica e l’economia. Tutto in Tunisia appartiene al vecchio presidente Ben Ali, che ha concentrato in vent’anni di governo il potere economico nelle sue mani e in quelle della famiglia della moglie. Dalle imprese che esportano, alla grande distribuzione, agli alberghi, tutto in Tunisia appartiene alla coppia presidenziale che ha usato la politica per beneficare le proprie imprese con contratti, leggi e accordi internazionali. La facciata democratica era salvata da elezioni apparentemente libere e multipartitiche, ma per parteciparvi occorreva un riconoscimento governativo che ricevevano solo le formazioni minori che, consapevolmente o meno, in questo modo diventavano utili a mimetizzare la dittatura. Analogo controllo esisteva sulla stampa. Revoca di autorizzazione alla pubblicazione e arresti di giornalisti uccidevano la stampa libera. E il consenso, effettivamente diffuso in una ampia fascia del Paese, veniva comprato con la narcosi di una stampa compiacente e distribuendo favori e privilegi. Un modello, purtroppo, conosciuto bene anche fuori dai confini della Tunisia.
Sino a ieri i tunisini hanno creduto di non poter incidere su questo sistema, ma l’esasperazione per la disoccupazione ha dato il coraggio di scendere in piazza, insieme ad un elemento nuovo: la diffusione dei nuovi media. Se in passato la repressione sulla stampa impediva alle notizie di circolare, ora le informazioni sulle manifestazioni sono state trasmesse rapidamente con sms, twitter e i social network, alimentando la partecipazione in tutto il Paese. Di fronte ad una popolazione che si appropriava della protesta politica, del tutto inadeguata appariva la risposta del governo che rispondeva in piazza con le pallottole e sui media con gli ambasciatori mandati sulle tv satellitari (come la magrebina Messna tv, appartenente al gruppo Mediaset, o France24 e BBC) a spiegare olimpicamente che "la causa della disoccupazione sta nel sistema di formazione che produce ogni anno un eccessivo numero di diplomati e laureati".
Ora il futuro è in bilico. L’elite di Ben Ali non rinuncerà facilmente ai privilegi, mentre la gente vuole cambiamenti subito. I leader fondamentalisti potrebbero cavalcare il malcontento, ma sinora sono stati emarginati dalle manifestazioni. Vedremo presto se emergerà una classe dirigente libera che sappia guidare il Paese verso una stagione di libertà preziosa per tutto il Maghreb. L’esempio tunisino infatti, soprattutto in Libia, potrebbe fare scuola per liberare situazioni bloccate da decenni nelle mani di leader "forti" logorati dal potere e dall’età.
Sembra ferma a guardare l’Europa, che dovrebbe aiutare subito il Paese alla condizione di elezioni libere per compensare almeno parzialmente l’amicizia col vecchio dittatore di troppi leader politici, soprattutto italiani e francesi. Aver considerato la Tunisia un riparo dalle intemperanze della democrazia, è cosa che mai come in questo momento suscita imbarazzo.