LIBERTÀ RELIGIOSA
Il card. Angelo Bagnasco ieri nella Chiesa Valdese di Genova
Essere testimoni veri ed autentici della fede ricevuta e non considerare mai la propria fede come un’abitudine, come qualcosa di scontato, soprattutto davanti al martirio di tanti fratelli in Cristo che vivono in Paesi dove il solo fatto di proclamarsi cristiani può essere un fatto che mette a rischio la propria vita ogni giorno. È l’invito che l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, ha rivolto ieri sera nella Chiesa Valdese di Genova, in occasione dell’incontro organizzato per la “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”.
Un dato di fatto non solo un principio. La libertà religiosa deve essere “un dato di fatto e non soltanto un principio enunciato” ha spiegato il porporato, al suo arrivo, ai cronisti che lo attendevano. In merito ai recenti attacchi subiti dai cristiani in diversi Paesi, il cardinale ha quindi espresso il proprio “dolore per tutti i nostri fratelli che hanno offerto la loro vita a Dio, per amore di Cristo e della Chiesa, sotto la violenza della illiberalità religiosa” unitamente alla propria “vicinanza ai loro parenti ed ai loro amici”. Il card. Bagnasco ha poi espresso “l’auspicio che questo diritto fondamentale, che è la libertà religiosa, la libertà di coscienza, possa veramente essere un dato di fatto e non soltanto un principio enunciato perché sta alla radice ed alla base di ogni altro diritto”. “Quindi – ha concluso – ci auguriamo che anche in questi Paesi e in queste zone del mondo, dove questo diritto è ancora conculcato, possa diventare una realtà per il bene di tutti”.
Un dono da coltivare. Nel discorso pronunciato durante la celebrazione, il cardinale ha parlato nuovamente della “persecuzione dei cristiani nel mondo, una situazione che, in questo momento della nostra storia, si è fatta particolarmente acuta e dolorosa, e che ci sollecita a pregare”. “Il pensiero del martirio di tanti nostri fratelli – ha proseguito il card. Bagnasco – mi fa pensare al dono della fede, alla grandezza ed alla grazia di avere la fede, perché la fede non è merito nostro, anche se è un dono che dobbiamo coltivare perché altrimenti rischia di spegnersi”. “La fede è una grande grazia – ha aggiunto – è un dono di Dio, il dono più grande dopo la vita fisica” anche se, “a volte, non siamo abbastanza contenti e riconoscenti della nostra fede”. Viviamo, infatti, “in un mondo secolarizzato” dove “la fede è vissuta spesso in modo abitudinario, opaco, debole e scontato”. Per questo i cristiani devono sempre più riconoscere la propria fede quale “tesoro nascosto, quale perla preziosa” e “chiedere al Signore di diventare sempre più messaggeri ed annunziatori di questo dono”. “Il mondo – ha affermato ancora il porporato nell’omelia – ha verso di noi un diritto: il diritto di avere la parola della fede che, anche se a volte sembra così contestata e disattesa, in fondo al cuore è desiderata”.
Il cuore dell’uomo. Infatti, ha proseguito il cardinale, “il cuore dell’uomo moderno è allegro e festaiolo, in apparenza, ma è triste nel suo segreto e attende una parola di luce e di speranza” perché “un mondo senza fede, senza la luce, è un mondo buio”. “Il cuore dell’uomo – ha sottolineato il card. Bagnasco – attende una parola di luce, di speranza, una parola che non è umana, ma parola di Dio, perché soltanto Dio ha parole di vita eterna”. Per questo, l’invito che l’arcivescovo ha rivolto ai fedeli presenti – cattolici, anglicani, ortodossi e protestanti – è di “andare per le strade della nostra città, del nostro lavoro, dei nostri ambienti di vita, delle nostre famiglie, ed umilmente, ma convintamente, con gioia, annunciare che Dio è con noi, che Dio è tanto grande, tanto infinito, che non ha paura di occuparsi delle nostre piccole cose”. In un altro passaggio della sua omelia, il card. Bagnasco, ha ricordato che il Vangelo ci invita ad essere “come i fiori del campo” ossia a “vivere affidati al Signore”. “Siamo nel mondo – ha continuato il porporato – viviamo ‘nel’ mondo, con le sue gioie e le sue preoccupazioni, ma non dobbiamo essere ‘del’ mondo”. Per questo ha invitato i fedeli a “non fondare noi stessi, la nostra vita, la nostra sicurezza, sulle cose del mondo ma sulla Parola di Dio” perché i cristiani sanno che il fondamento ultimo della loro esistenza è il cielo “ed è questo che ci fa vivere amorevolmente sulla terra”. All’inizio del suo discorso, salutando i presenti, il cardinale aveva anche affermato che, nello svolgimento di un anno, la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani “può sembrare una piccola cosa, ma è invece un momento grande ed importante perché, come ha ricordato il Santo Padre nel messaggio per la giornata della pace di quest’anno, la preghiera è l’arma della pace, della fraternità e della riconciliazione”.