EUROPA
Di fronte alle violenze in Albania e in altri Paesi
Un vicinato in ebollizione, un ruolo da “attore globale” ancora da costruire. L’Unione europea guarda con preoccupazione agli scontri e alle violenze in atto in Albania e in altri Paesi del Mediterraneo, leva la voce indicando la via della mediazione politica e del rispetto dei criteri democratici, ma si trova come spesso accade in questi casi alla comunità internazionale con le mani legate.
Sui fatti di Tirana l’Ue, senza “tifare” per l’una o l’altra parte (il governo Berisha e le opposizioni socialiste), ricorda che le manifestazioni pacifiche “sono uno strumento della libertà di espressione e di riunione”. Poi, mediante l’Alto rappresentante per la politica estera, Catherine Ashton, e il commissario all’allargamento, Stefan Fule, segnala: affinché l’Albania possa procedere nel cammino europeo, i politici albanesi devono “impegnarsi in un dialogo costruttivo per risolvere senza ulteriori indugi la situazione di stallo” creatasi nel Paese delle Aquile, mobilitando a tal fine tutte le energie della nazione. Sulla stessa linea anche il segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjorn Jagland, che si dichiara “molto preoccupato dall’esplosione delle violenze” e invita “le forze politiche a promuovere un dialogo costruttivo, nel quadro delle istituzioni democratiche”.
Ma Tirana è una delle ferite aperte in questo frangente nei Balcani e nell’area mediterranea. L’altro caso di estrema e urgente gravità riguarda la Tunisia: altri scontri di piazza, popolazione esasperata, instabilità politica… E come dimenticare la Libia, l’Algeria, l’Egitto, il Medio oriente. E, nel vecchio continente, i casi specifici di Bielorussia e Serbia. Su questi ultimi due il Parlamento europeo si è mosso nei giorni scorsi. Gli eurodeputati hanno chiesto sanzioni contro le autorità bielorusse e in particolare per il dittatore Lukashenko: “L’Ue deve imporre si legge in una risoluzione approvata nell’ultima sessione plenaria dell’Assemblea – un divieto di soggiorno e il blocco dei beni a funzionari, magistrati e ufficiali di sicurezza bielorussi coinvolti nella violenta repressione seguita alle elezioni di dicembre 2010”. La risoluzione chiede un’inchiesta indipendente e imparziale, sotto la guida dell’Ocse, e indica la strada di nuove e libere elezioni che rispettino gli standard internazionali. Negli stessi giorni l’Europarlamento ha votato l’Accordo di stabilizzazione e associazione fra Ue e Belgrado, al cui governo viene però intimato di collaborare pienamente con il Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia, di proseguire con le riforme e di garantire la democrazia. L’accordo, una volta entrato in vigore, ridurrebbe le barriere al commercio e costituirebbe un passo avanti verso un futuro ingresso della Serbia a cui si guarda ancora con sospetto in tante capitale europee nell’Unione.
Allo stesso tempo l’Ue tiene aperte le porte del dialogo con la Terra Santa e cerca di portare aiuti e collaborazione ai Paesi mediterranei del nord Africa. La via che, pur timidamente, l’Unione ha imboccato è quella giusta: rispetto della indipendenza degli Stati e dell’autodeterminazione dei popoli; collaborazione sul piano politico e istituzionale; sostegno a tutte le iniziative volte al consolidamento democratico e alla tutela dei diritti umani; aiuti materiali e cooperazione per lo sviluppo economico. Ma non sempre questa strada risulta apprezzata e non è nemmeno detto che sia la più rapida sul piano dell’efficacia. Eppure non si vedono alternative.
D’altro canto l’Ue, in questa fase ripiegata su di sé per varie ragioni (crisi economica, immigrazione, sicurezza, nazionalismi e populismi in crescita…), deve tornare a guardare oltre i propri confini, così da svolgere un ruolo positivo sul palcoscenico internazionale. A suo modo, lo ha richiamato anche Victor Orban, premier ungherese e presidente di turno del Consiglio Ue, che, a proposito della politica di vicinato e dell’allargamento, ha detto alcuni giorni or sono: “Si deve tornare all’ottimismo sull’ampliamento”, altrimenti avremo un’Europa “incompiuta” e chiusa a fortezza. Quello dell’apertura e della collaborazione con i paesi terzi è, ovviamente, un percorso denso di insidie, rischioso e oggettivamente costoso sul versante economico, ma al momento appare come l’unico effettivamente praticabile.