GIORNO DELLA MEMORIA
27 Gennaio: il ricordo della Shoah
Il 27 gennaio si celebra il Giorno della memoria, in commemorazione delle vittime del nazismo e del fascismo e per ricordare anche coloro che hanno protetto i perseguitati. In Italia la Shoah colpì gli ebrei con le leggi razziali del 1938. "Tale volontà liberticida e antidemocratica scrive Renzo Gattegna, presidente delle Comunità ebraiche italiane sul portale dell’ebraismo italiano (www.moked.it) rappresentò un passo indietro rispetto alle conquiste e alle idee di libertà e democrazia che nel secolo precedente portarono all’unità d’Italia". Del Giorno il SIR ha parlato con Michele Sarfatti, direttore del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec).
Il Giorno della memoria è stata istituita per ricordare la tragedia della Shoah: come evitare di cadere nella retorica e nella ritualità dei ricordi?
"La retorica e la ritualità sono i pericoli maggiori per questo Giorno. Per evitarli bisogna usare le armi della sincerità, della semplicità e della conoscenza. Il Giorno esiste per legge ma non deve, a mio parere, essere o diventare un obbligo. La matrice della retorica e della ritualità è quella di trasformarla in obbligo. Si deve, quindi, tendere a sviluppare la volontarietà e, soprattutto, la conoscenza".
Della Shoah vanno temuti più i negazionisti o gli indifferenti?
"Si tratta di due categorie diverse che non si possono accostare. I negazionisti sono l’emblema dell’ignoranza, del non sapere e del non voler sapere. L’ignoranza è sempre negativa per la vita e le vicende umane. Gli indifferenti non sono, di per sé, pericolosi, il fatto è che richiamano a situazioni di pericolo. La Shoah sarebbe stata meno grave se il numero dei non indifferenti, dei solidali, fosse stato maggiore, il numero di coloro che non chiudevano le persiane di casa ma guardavano cosa accadeva e cercavano di darsi da fare per aiutare le vittime. Ce ne sono stati ma se fossero stati di più? Per questo l’indifferenza è oggi negativa".
Che ruolo devono giocare la scuola e le diverse agenzie educative per evitare un distacco o allontanamento da quegli avvenimenti? Si può prefigurare una "didattica della Shoah"?
"Dipende da cosa si intende per didattica della Shoah. Non credo che debba avere caratteristiche particolari se non quella di porgere ai ragazzi la conoscenza che si ha della Shoah e renderli consapevoli di cosa è successo e di cosa può accadere in altre forme, ad altri gruppi, se la società non impara che siamo davanti ad un nemico che non si combatte con le armi ma con l’intelligenza e i sentimenti. In questo senso credo sia giusto parlare di didattica della Shoah".
La preparazione e la riflessione possono anche evitare quello che provocatoriamente qualcuno ha definito un "frettoloso turismo della memoria"?
"Se un docente accompagna la sua classe ad Auschwitz a vedere il campo, così come l’accompagnerebbe a vedere un film, la cosa non ha senso, sarebbe una perdita di tempo. Ma se l’insegnante accompagna i suoi allievi ad Auschwitz per capire meglio, insieme a loro, cosa è accaduto e perché è accaduto, preparando la visita in anticipo e rispondendo alle domande dei ragazzi, allora è un viaggio utile che produce e accresce la conoscenza. Molto dipende da come si prepara un’iniziativa di questo genere, come si riesce a spiegare alle nuove generazioni come sia potuta accadere una cosa simile accaduta nel passato ma basata su meccanismi ancora esistenti".
Recentemente Anna Foa sul "Sole 24 Ore" ha scritto che la memoria rischia di affievolirsi se non la si aggancia a un insegnamento e a una riflessione sul presente…
"I rischi presenti sono sempre quelli di tipo opposto, ovvero rischio di affievolire la memoria ma anche quello di provocare un’overdose con rischi di generare, in ogni caso, risultati negativi. Credo che vadano tenuti insieme sia gli aspetti della memoria, quindi ricordarsi le persone che non ci sono più, sia quelli della conoscenza, cioè capire perché è accaduto, conoscere. L’unione della memoria e della conoscenza produce consapevolezza. La conoscenza può rivelarsi arida, la memoria può portare solo a un rapporto emotivo con i fatti, la consapevolezza permette di andare avanti".
Fare memoria della Shoah significa anche ricordare i Giusti, coloro che alla Shoah si opposero con gesti di coraggio e di solidarietà…
"Dei Giusti bisogna parlare e non bisogna condannarli al silenzio. Credo anche che ogni tanto venga fatto un grande torto ai Giusti che è quello di porli all’avanguardia di una intera popolazione dicendo che quasi tutti furono come loro. Credo che parlare dei Giusti comporti l’obbligo, sempre, di ricordare che ci furono sia i Giusti sia gli ingiusti e che entrambi scelsero, per motivi politici, religiosi, umanitari, personali. L’umanità di ciascuno è diversa da quella dell’altro. Tutti furono persone che scelsero, questo è importante. Parlare ai ragazzi dei Giusti come persone che seppero scegliere per trasmettere loro il concetto che è sempre possibile scegliere la parte giusta o quella sbagliata. Così facendo onoriamo la figura del Giusto e il ruolo che ha avuto nella società".