MEDIO ORIENTE

Il rischio del contagio

Rivolte e proteste in molti Paesi arabi

Rivolta del pane in Tunisia dove è stato deposto il regime di Ben Alì, scontri e proteste contro il presidente Mubarak in Egitto, forti tensioni politiche in Libano dove il miliardario Najib Miqati, candidato indicato da Hezbollah, ha ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo, ed ora manifestazioni contro il carovita anche ad Amman, in Giordania, dove il re Abdallah II ha promesso riforme economiche. Il Medio Oriente torna ad infiammarsi preoccupando non poco la comunità internazionale. Si tratta solo di “un effetto contagio” oppure siamo davanti allo sfaldamento di regimi dittatoriali che hanno perso ogni spinta? Il SIR lo ha chiesto a Riccardo Redaelli, direttore del “Middle East program” del “Landau Network-Centro Volta”.

“Stiamo assistendo – afferma – a qualcosa che riguarda tutto il mondo arabo: la crescente sclerotizzazione dei regimi al governo, la mancanza di un’opposizione e il fallimento economico nell’offrire delle condizioni di vita adeguate ai propri cittadini che possano smontare lo scontento. Sono caratteristiche che accomunano un po’ tutti i Paesi arabi e che ci spingono a parlare di possibile contagio”.

Ci sono delle differenze tra Paese e Paese?
“Ci sono situazioni più particolari legate a contingenze del momento. In Tunisia abbiamo assistito ad un crollo quasi subitaneo del regime, che aveva perso ogni spinta propulsiva. La cosa interessante è che, almeno per il momento, non c’è stata quella che spesso viene chiamata, la trappola mediorientale, ossia il dover scegliere tra un regime autoritario e un’opposizione islamista radicale”.

A preoccupare di più sembra essere proprio l’Egitto…
“In Egitto la situazione è più difficile da gestire. Si tratta di un Paese chiave del Medio Oriente sul quale l’attenzione internazionale è decisamente molto più alta. Ha un governo filo-occidentale ed è uno dei cardini della politica internazionale anche nei confronti del processo di pace israelo-palestinese. Il regime di Mubarak ormai ha perso ogni credibilità, a causa della sua corruzione e inefficienza e, per questo, è detestato dalla popolazione. La scelta di Mubarak di non permettere una vera opposizione ha favorito quella più islamista dei Fratelli Musulmani, particolarmente forte nel Paese. Il rischio è che una caduta del regime spiani la strada ad una Repubblica islamica che è uno dei sogni degli islamisti egiziani e che destabilizzerebbe tutto il Medio Oriente. Qui si paga la scelta di non aver saputo, da parte occidentale, influenzare meglio il regime di Mubarak e spingerlo ad aprire perlomeno ad un’opposizione più moderata”.

Tensioni politiche in Libano dove Hezbollah sembra aver ripreso forza. È così?
“Il Libano è un Paese arabo a sé stante rispetto agli altri, molto frammentato con la presenza politica dei cristiani maroniti, dei sunniti e degli sciiti specie quelli che si riconoscono in Hezbollah. Qui la partita non ha molto a che fare con la guerra del carovita come in Tunisia. In Libano la crisi è del sistema politico interno che non ha mai saputo pienamente emanciparsi dopo la cacciata della Siria che ne controllava la politica, dopo l’assassinio di Hariri padre. Ciò è dovuto a tatticismi e corruzione nelle diverse fazioni e soprattutto perché Hezbollah, il partito sciita vicino all’Iran, non ha saputo scegliere se diventare un vero partito politico o continuare ad essere una milizia, ovvero uno Stato nello Stato. Ora Hezbollah ha soldi, fondi e una certa credibilità e sta cercando di ritornare al centro della vita politica del Paese. E ciò rischia di destabilizzare ulteriormente il Libano e di preoccupare ancora di più Israele”.

Proteste anche nella Giordania di Abdallah II…
“La Giordania ha una monarchia moderata che cerca di gestire le diverse tensioni interne. Vive di aiuti ed è un Paese che sta soffrendo molto la crisi economica e per questo continua a necessitare del sostegno internazionale che serve a evitare il rincaro dei prezzi e le spinte islamiste collegate alla minoranza-maggioranza palestinese presente nel Paese e che rende più fragile l’equilibrio fra corona, popolazione araba beduina e palestinesi. Il sostegno ad una casa regnante moderata è fondamentale se non vogliamo far precipitare tutta la regione in una fase di instabilità molto preoccupante. La Giordania è essenziale anche per la direzione degli aiuti verso l’Iraq, quindi è un Paese che non può essere destabilizzato”.

Alla luce di quanto sta accadendo è possibile tracciare delle prospettive future?
“Direi che adesso è difficile fare previsioni per il Medio Oriente. Quanto accade mostra come i regimi usciti dalla decolonizzazione, militari, autocratici, clientelari, corrotti, inefficienti, abbiano esaurito la loro spinta propulsiva e come la loro incapacità di riformarsi e di aprirsi anche a riforme moderate li stia trascinando nel baratro. È un problema serio che la Lega Araba e tutta la Comunità internazionale dovranno prendere in seria considerazione anche per non cadere nel rischio di derive islamiste e radicali”.