EGITTO
Cristiani in preghiera contro la violenza e per la pace
Dopo quelli di ieri, ancora scontri tra dimostranti e sostenitori di Mubarak in piazza Tahrir. Il bilancio delle violenze di mercoledì 2 febbraio parla di 1.500 feriti e 10 morti. Ed è di questa mattina la notizia di sassaiole tra le due fazioni divise da una zona cuscinetto di circa 80 metri creata dall’esercito proprio per evitare contatti diretti. Clima cambiato, dunque, nella piazza luogo simbolo della protesta popolare, come conferma il missionario comboniano padre Luciano Verdoscia che addebita gli incidenti ai sostenitori pro-Mubarak. "Si stanno diffondendo dice voci non confermate sulla presenza di provocatori stranieri. Si avverte un irrigidimento da parte del regime nei confronti dei media stranieri. È stato emesso un comunicato con il quale si invita gli stranieri a non uscire di casa, soprattutto dopo mezzogiorno". Sul piano politico non si registrano, almeno per ora, significativi passi avanti: i principali gruppi di opposizione, guidati da Mohamed El Baradei e dai Fratelli Musulmani, hanno ribadito che non ci sarà nessun dialogo con il nuovo governo senza le dimissioni di Mubarak. Notizia che non trova riscontro nella tv nazionale che, invece, questa mattina ha annunciato che il vicepresidente, Omar Suleiman, ha avviato un dialogo con alcune forze politiche e partiti di opposizione, ma senza precisare quali. I timori maggiori adesso sono riposti per domani, giorno della preghiera islamica. La speranza di padre Verdoscia è che "la situazione non sfoci in un ulteriore bagno di sangue".
Preghiere per la pace. "Da quando sono cominciate le proteste quasi ogni giorno e notte nelle nostre chiese preghiamo perché le violenze non abbiano la meglio sul dialogo e perché il Paese non cada nella guerra civile", rivela al SIR mons. Youhannes Zakaria, vescovo copto-cattolico di Luxor-Tebe, nell’Alto Egitto. "Quello che sta accadendo in questi giorni in Egitto afferma è frutto della politica sbagliata dei leader mondiali che nelle loro scelte mostrano di non avere a cuore le sorti dell’uomo, della sua vita, della sua dignità e della sua libertà. Gli appelli dei Pontefici, Giovanni Paolo II prima e di Benedetto XVI ora, lanciati a difesa dei diritti della persona, sono rimasti inascoltati. La crisi economica mondiale ha acuito le difficoltà aggravando la situazione. Al mondo non servono armi, ma sviluppo, promozione umana e sociale, grandi opere come ospedali, strade, acquedotti, scuole. Le proteste dei giovani egiziani hanno origine da tutto questo. Nessuno in questi anni ha pensato a loro, ai bisogni che avevano, ai loro sogni infranti. Le manifestazioni sono un atto disperato per far sentire la loro voce. È arrivato il momento per i leader politici di fare un esame di coscienza mettendo da parte i loro interessi personali. La politica torni a servire il nostro Paese". Il vescovo di Luxor afferma "di appoggiare la protesta pacifica che giunge dopo trenta anni di regime. Dopo tanto silenzio i giovani, usando le nuove tecnologie, hanno cominciato a parlare, a fare richieste e chiedere diritti. Sono ottimista per il futuro dell’Egitto, e ne sono convinto dopo aver ascoltato il discorso del presidente Mubarak in tv. Ha fatto del bene ma ha compiuto anche molti errori ed ora è il tempo per passare la mano". Per mons. Zakaria, le violenze "trovano i loro mandanti in molte persone che sotto Mubarak hanno goduto di privilegi e benefici e che ora stanno mandando gruppi armati contro i giovani radunati in piazza Tahrir". Positivo è l’atteggiamento dell’esercito, in questo frangente, "ho apprezzato afferma l’appoggio dato alle manifestazioni pacifiche. Con lo scoppio di scontri tra le opposte fazioni hanno cercato di separarle e di bloccare ogni violenza. Speriamo che la calma prevalga".
Nuovo spazio per i cristiani. Come già altri vescovi copti prima di lui anche per mons. Zakaria, "la transizione politica richiede tempo e pazienza". "Non dobbiamo dimenticare che il regime che fino ad oggi ha governato le sorti dell’Egitto è stato un regime di tipo militare e non è facile cambiare la situazione in 24 ore. Ci vuole tempo per la democrazia. L’Egitto, per la sua storia e per la sua civiltà, merita una transizione verso la democrazia che sia pacifica e trasparente, merita un governo che sappia rispondere alle attese della sua gente, e tra questa gente c’è anche la minoranza cristiana che conta oltre 8 milioni di fedeli". Il vescovo rivendica un nuovo spazio per i cristiani nell’Egitto che verrà: "Siamo la minoranza più grande e ascoltata del mondo mediorientale. Nel nuovo Egitto cristiani e musulmani devono poter vivere in concordia e con pari dignità e diritti. E quanto ho ascoltato dai leader dell’opposizione e del governo va in questa direzione. Tutti, infatti, hanno ribadito che i cristiani sono cittadini egiziani a pieno titolo, un’affermazione che ho molto apprezzato. Da quando sono cominciate le proteste quasi ogni giorno e notte nelle nostre chiese preghiamo perché le violenze non abbiano la meglio sul dialogo e perché il Paese non cada nella guerra civile. Bisogna prestare attenzione anche perché l’Iran sta lavorando per creare un governo musulmano in Egitto e in Tunisia".