CARD. BAGNASCO
Quali scelte per una vita buona?
“La società sappia prendersi in carico la vita ferita, debole e abbandonata”. Ad affermarlo l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, nell’omelia pronunciata ieri sera, sabato 5 febbraio, alla veglia diocesana di preghiera per la 33ma Giornata nazionale della Vita che si è svolta nella cattedrale di Genova. “Ciascuno di noi – ha spiegato il cardinale -, come credenti, come persone umane, come società intera, dovrebbe semplicemente prendere in carico la vita faticosa, debole, ferita, abbandonata, derisa, violata e morente”. Per questo ha invitato a “vedere e scorgere il volto di Gesù, in ogni forma della vita umana, dal concepimento, al suo sviluppo, alla vita ferita e violata, al momento della sofferenza, nell’appuntamento con la malattia, fino allo spegnimento naturale dell’aprirsi alla pienezza di Dio”.
Una civiltà morente. Il porporato ha poi esortato a “reagire alla cultura invasiva, in ogni modo ed in ogni forma, che spinge a pensare solo a noi stessi ed al nostro interesse personale, al nostro comodo, a non farci carico degli altri” perché una società strutturata in questo modo “diventa una civiltà morente”. Infatti, ha proseguito, “il grado della civiltà di una società è il prendersi cura gli uni degli altri” e “l’indicatore più autentico del grado di umanità e civiltà della convivenza sta nella capacità della società di farsi carico della vita fragile malata, povera”. Ma, ha aggiunto, “se non stiamo attenti, questo indicatore viene sfumato piano piano, confinato e messo fuori, da una cultura che, sempre più, sembra farsi individualista, per cui ognuno tende istintivamente a rinchiudersi in sé stesso, cercando di salvare il salvabile e non sapendo che perde tutto sé stesso perché, quando ci chiudiamo alla vita sofferente e fragile, noi perdiamo la nostra”.
La vita vera e quella apparente. Il cardinale ha poi esortato gli adulti, e in particolare gli educatori, ad insegnare ai giovani a distinguere la vita vera da quella apparente perché “tutto promette ma tutto toglie”. “Tutti noi – ha affermato ancora l’arcivescovo – vediamo quanto bisogno ci sia oggi della capacità di giudicare della vita vera e di distinguerla dalla vita apparente, seppure luccicante e trionfante” . “Ce n’è bisogno per noi adulti – ha proseguito – perché possiamo noi stessi essere ingannati e distorti nel nostro giudizio, ma soprattutto ce n’è bisogno per i giovani, per i ragazzi, perché imparino presto a saper giudicare la vita vera e distinguerla da quella che tutto promette, ma tutto toglie”. Il porporato ha poi spiegato che la vita apparente è quella “chiusa dentro al proprio perimetro”, quella autoreferenziale, fondata sull’egoismo. La vita apparente, ha spiegato, “è una vita triste”, anche se si presenta “brillante, rigogliosa, affermata, giovane e lucente, piena di successo e di possibilità”, anche se è “esaltata e se esibisce una allegria tanto più chiassosa quanto più vuota e triste”. Il cardinale ha quindi spiegato che il criterio per giudicare la vita vera da quella apparente è la croce di Cristo, che “non è un giudizio senza appello, ma un giudizio di verità e misericordia di salvezza”.
La grande cattedra. Citando il titolo del messaggio per la 33ma Giornata nazionale della Vita, 6 febbraio, il cardinale ha poi affermato che “la pienezza della vita è solo Dio per cui, educarci alla vita piena, significa educarci a Dio”. “Per educarci a Dio – ha proseguito – è necessario porci alla scuola di Gesù” perché “tutta la vita di Gesù, parole e opere, è una grande scuola di vita, della vita vera, della vita piena”. “La croce – ha detto ancora il porporato – è la grande cattedra di Cristo”. Infatti, “porci alla grande scuola dei miracoli, dei trionfi, delle parabole, delle folle osannanti, o della bellezza e della poesia struggente di Betlemme e della vita nascosa di Nazaret, può essere facile perché sentiamo che tutto, in fondo, ci è consono; ma porci alla scuola della croce, del calvario, questo disturba, è difficile ma è la cattedra più grande ed eloquente che ci mostra in faccia la vita piena” e “ci insegna che la pienezza della vita è Dio che è amore e si fa dono, amore fino al sacrificio di sé”.