MEDIA E UNIONE EUROPEA

Quale informazione?

La fatica di far “passare” le “notizie da Bruxelles”

“Nonostante le ingenti forze messe in campo a Bruxelles, si riscontra una grande difficoltà a far ‘passare’ a livello nazionale le informazioni sull’Unione europea”. Lo ha detto nei giorni scorsi a Roma Thierry Vissol, consigliere comunicazione della Rappresentanza in Italia della Commissione Ue, introducendo un incontro durante il quale è stata presentata l’indagine “Notizie da Bruxelles. Logiche e problemi della costruzione giornalistica dell’Ue” (ed. F.Angeli 2010) di Alessio Cornia, ricercatore dell’Università di Perugia. In Italia come altrove. A confermare la scarsa presenza dell’Ue sui media nazionali è, attraverso l’esempio italiano, lo stesso Cornia con i dati dell’indagine “Ricerche sul pluralismo politico-sociale” realizzata dall’Isimm (Istituto di ricerca su media, economia, società e istituzioni) per conto dell’Autorità italiana per le garanzie nelle comunicazioni, organismo che ha il compito di assicurare corretta competizione tra gli operatori sul mercato. Secondo la rilevazione, nel periodo 1° gennaio – 31 dicembre 2010, rispetto agli altri soggetti l’Ue ha occupato una posizione del tutto marginale nei principali Tg nazionali: l’1,6% della durata complessiva dei notiziari. In totale 11 ore, 33 minuti e 22 secondi, in media 16 secondi al giorno. “In Italia, ma anche in molti altri Paesi europei, i responsabili delle testate nazionali ritengono gli argomenti europei noiosi, troppo tecnici e poco corrispondenti a criteri di notiziabilità, eppure – ha precisato Vissol – parte delle legislazioni nazionali degli Stati membri è costituita dal recepimento di direttive e regolamenti brussellesi”, né si possono considerare irrilevanti i “Fondi comunitari, 130 miliardi di euro da spendere ogni anno nei diversi Paesi”.Le forze in campo. Sono quasi mille i corrispondenti accreditati a Bruxelles: di testate tv, radio, stampa e online di 72 Paesi. In testa la Germania con 128 giornalisti, seguita da Gran Bretagna (107) e Belgio (88). Al quarto posto le testate internazionali o europee (come Agence Europe o Euronews) con 75 corrispondenti. A seguire la Spagna, che ne schiera 65, e l’Italia con 59. Ad occupare una posizione centrale all’interno del sistema comunicativo “europeo”, rivestendo il ruolo di principale referente istituzionale dei giornalisti, è la Commissione. Questo risultato, spiega Vissol, “è stato realizzato tramite la creazione del Servizio del portavoce (120 persone), l’organizzazione di un incontro quotidiano con la stampa – il midday briefing -, e anche grazie alla DG comunicazione, in cui lavorano 800 persone, e che promuove campagne di comunicazione e offre supporto alle iniziative rivolte direttamente ai cittadini con un bilancio annuale di 100 milioni di euro”. Il Parlamento Ue dispone di una web Tv, ma, osserva ancora Vissol, “secondo i giornalisti non riesce a fare notizia” e al suo interno “le voci sono troppo dissonanti”. Il Consiglio, che “non si avvale di una struttura dedicata paragonabile a quella della Commissione, comunica in modo frammentario ed episodico”. Significativi inoltre il ruolo delle lobby, “che possono fornire informazioni riservate e punti di vista alternativi” anche se “di parte”, aggiunge Cornia, e delle “fonti confidenziali” con cui i corrispondenti stabiliscono rapporti sul piano personale.Cosa interessa ai cittadini? Per la giornalista Tiziana Di Simone, già corrispondente da Bruxelles, “non è facile individuare che cosa interessi realmente ai cittadini, ma occorre riflettere sul fatto che non esiste ancora un’opinione pubblica europea e chiedersene i motivi”. A chi definisce l’informazione istituzionale Ue “troppo ingessata e timorosa di far trapelare le conflittualità interne”, Clara Albani, direttrice Ufficio Italia del Parlamento europeo, replica che ultimamente “lo stile comunicativo è cambiato e lo stesso Parlamento ha deciso di mostrare che il voto finale è spesso frutto di un grande lavoro di negoziati e di compromesso”. Giampiero Gramaglia, direttore di Agence Europe che dal 1953 si occupa di informazione economica e politica europea, sostiene: “L’informazione europea non può essere data solo ‘per contratto’. Come giornalista potrò dirmi soddisfatto solo quando essa verrà ritenuta utile e interessante per i cittadini”. Secondo Gramaglia, le logiche del newsmaking sono le stesse ovunque: “a Bruxelles come a Roma, a New York o a Mosca”. Ciò che invece “è esclusivamente brussellese è la difficoltà a far passare la notizia europea”. “Ma siamo sicuri – invita a riflettere – che questa affermazione non nasconda un tentativo di scarico di responsabilità?”. Negli anni Ottanta “i giornalisti accreditati a Bruxelles erano meno di 500; ora sono mille”, eppure “al rendez-vous de midi ne vengono al massimo 50″. Per il direttore di Agence Europe, già responsabile Ansa Nord America, “mentre negli Usa viene privilegiato il ‘corpo stampa’ della Casa Bianca, a Palazzo Berlaymont ciò si è perduto e i giornalisti vengono inondati di comunicati via mail”, ma “l’avere messo tutto a disposizione di tutti in tempo reale ha ‘ucciso’ la notizia”.