NORD AFRICA
Adnane Mokrani, teologo musulmano tunisino
Il Nord Africa in fiamme e la difficile transizione dei Paesi in rivolta alla democrazia. Ne parliamo con Adnane Mokrani, teologo musulmano tunisino, docente alla Pontificia Università Gregoriana. “Le società civili dell’Occidente – dice – possono aiutare, fare qualcosa e soprattutto essere solidali con questi popoli che cercano libertà e democrazia, cercano di condividere con l’Europa e con il resto del mondo questi valori universali”. Maria Chiara Biagioni, per conto di SIR Europa, gli ha posto alcune domande.Nord Africa in fiamme. E tutto è iniziato dalla Tunisia. Perché?“Questo tipo di proteste le abbiamo viste due anni fa circa in Iran con l’onda verde dove abbiamo assistito agli stessi meccanismi di protesta pacifica, con il popolo che scende in piazza per dichiarare il suo rifiuto ai governi. Solo che in Tunisia la protesta è terminata bene e questo ha sorpreso tutti. La cosa interessante sia in Tunisia sia in Egitto è stata l’identificazione con le vittime innocenti. Un giovane tunisino del sud si è dato fuoco perché si è sentito umiliato e tutto il popolo ha reagito ed ha trovato una unità nazionale incredibile contro un accumulo di oppressione, umiliazione, emarginazione. Abbiamo visto scendere in campo una nuova generazione di giovani che ha saputo usare bene Internet, dando vita ad un tipo di giornalismo popolare efficace”. La gente scende in piazza perché esasperata dalla crisi economica. È così grave la situazione?“In Tunisia, in Egitto, c’è sicuramente una forte crisi economia, una cattiva distribuzione della ricchezza del Paese ed un divario sempre più grande tra i ricchi e i poveri. Ma mi sembra sia sbagliato ridurre queste rivoluzioni al solo fattore economico. E cioè dire che si scende in piazza perché si ha fame”.Quali sono allora gli altri fattori?“Personalmente vedo che ci sono sotto queste proteste, tre parole chiavi: dignità, fiducia e speranza. Dignità e cioè il fatto di sentirsi tutti solidali e tutti contro l’umiliazione continua di una dittatura feroce che ha seminato il dubbio tra le persone. Fiducia: in questi giorni assistiamo ad un recupero della fiducia nel popolo e tra le persone che si sentono in grado di cambiare il loro destino e di fare qualcosa insieme. E infine la speranza nel futuro. Questi popoli per lungo tempo hanno perso la speranza nel cambiamento e invece adesso si avverte una nuova energia, una nuova rinascita del popolo, un clima positivo”.C’è però lo spettro dell’integralismo islamico. Che cosa ne pensa?“Io dico che il fondamentalismo, l’integralismo e il terrorismo sono il frutto della dittatura, anzi sono gli strumenti e la conferma della dittatura. Perché la dittatura si presenta all’Occidente come la necessaria barriera per proteggerlo dal fondamentalismo e invece è esattamente il contrario. La dittatura produce l’integralismo. Solo la democrazia permette un vero sviluppo del Paese, una distribuzione equa delle ricchezza: La democrazia toglie il tappeto sotto i piedi agli estremisti, impedendo loro di pescare adepti tra la gente. Ora è arrivato il tempo per questi Paesi di un’epoca nuova, un’epoca in cui emerge una coscienza crescente della necessità della democrazia, del rispetto dei diritti umani, della cittadinanza piena per tutti. In questa epoca nuova, anche gli islamisti saranno costretti ad adattarsi a questa nuova epoca”.Lei crede nella possibilità democratica per questi Paesi?“Sì ci credo pienamente. Abbiamo fatto il primo passo. Ne mancano certamente altri. Niente poi è garantito perché la democrazia è come un fiore che deve essere sempre nutrito e protetto ma vedo che c’è un nuovo dinamismo, una nuova coscienza. Dobbiamo ricucire, ricreare le società civili. La democrazia non è fatta solo dai partiti politici ma da una società sveglia e attenta”. Che lezione stanno dando i popoli del Nord Africa, pur bagnato di sangue?“Il sangue sacrificato in silenzio sotto le dittature degli anni passati, quando nessuno parlava di questi temi, era molto di più. Le Rivoluzioni attuali hanno visto caduti e vittime innocenti, direi quasi dei martiri. Ma siamo di fronte ad una lotta popolare pacifica a cui partecipa tutto il popolo e sopra le ideologie. C’è una foto esemplare che ci arriva dall’Egitto: si vedono giovani copti cristiani fare cordone per proteggere i musulmani durante la preghiera. Si impara camminando. Il processo democratico è fatto di tanti passi da compiere e di tante sfide da affrontare ma deve essere affrontato con coraggio e dignità”.