GIOVANI, FEDE E INTERNET
Inghilterra: oggi comunicano di più”Credo sia importante usare i social network per avvicinarsi ai giovani, sebbene esistano dei pericoli. Un problema è rappresentato dal fatto che questi siti non vengono monitorati o controllati a sufficienza. Infatti, dal momento che i giovani li usano in continuazione, dobbiamo essere presenti e avvalercene nel modo più appropriato. Alcune persone dicono che, per colpa dei mezzi di comunicazione elettronici, i giovani hanno dimenticato l’arte di fare conversazione e anche il Papa, nel suo Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, avverte del rischio che questi siti possano sostituire i rapporti veri. Ho chiesto a molti giovani che percentuale delle loro conversazioni avviene dal vivo e mi hanno risposto almeno un terzo”. Così mons. Kieran Conry, incaricato della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles per la catechesi, l’evangelizzazione e la pastorale giovanile, in un’intervista a SIR Europa. Mons. Conry rivela il suo apprezzamento per le possibilità offerte dai social network nel raggiungere le nuove generazioni. Alla guida della diocesi di Arundel e Brighton, mons. Conry coinvolge numerosi giovani grazie alla sua attività: “Cerchiamo di metterli al centro delle nostre iniziative. Stiamo avendo, per esempio, un’ottima risposta alla prossima Giornata mondiale della gioventù di Madrid dove porteremo 120 giovani. Abbiamo anche un programma di pellegrinaggio a Lourdes molto popolare. Arrivano prima sul posto per accogliere i malati e li aiutano durante il loro soggiorno. C’è sempre una lista di attesa per le ‘Redshirts’, questo il nome dei giovani che partecipano al pellegrinaggio”. Secondo mons. Conry, “oggi i giovani comunicano di più, rispetto al passato”: “Parlano anche con tre persone contemporaneamente. Quando sono insieme dialogano in continuazione e, quando lontane, comunicano ugualmente in altri modi. Il loro livello di comunicazione – spiega mons. Conry – è molto più alto rispetto al nostro alla loro età. Parlano quanto noi ma, in più, comunicano attraverso il computer. Il loro network è più ampio e le loro amicizie più forti”.Italia: non sanno dove andare”Connettiamo le nostre forze, troviamoci più spesso a fare il punto della situazione ed al capire la realtà unendo le competenze di tutti”. È l’invito rivolto da don Davide Milani, responsabile dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Milano, durante i lavori del convegno annuale di pastorale giovanile: “Giovani e relazioni nel continente digitale” (Milano, 26 febbraio). Per il sacerdote, è importante “maturare assieme una riflessione educativa, una coscienza morale sugli stili con cui stare nel continente digitale”. È questo il punto di arrivo di un convegno che è stato anche un’esperienza 2.0: trasmesso in diretta sul portale della diocesi di Milano (www.chiesadimilano.it), l’incontro ha sollevato le domande dei giovani collegati su Facebook attraverso una pagina apposita. A raccogliere queste provocazioni e a lanciarne di nuove ci ha pensato il direttore del quotidiano nazionale “Il Sole 24 ore”, Gianni Riotta: “Non esistono giovani e non giovani nella rete ma siamo tutti giovani online, senza sapere come evolverà la comunicazione. Tre anni fa è esploso Facebook, due anni fa Twitter, un anno fa i tablet. Il vero dato, dunque, è quello di una straordinaria accelerazione comunicativa”. Dalla riflessione di Riotta, emerge che l’impatto di internet sulla società è “straordinariamente positivo” perché “ha allargato le capacità comunicative, la possibilità di ascoltare voci diverse, ha reso più rapido e completo il nostro sistema nervoso, ci ha permesso di ascoltare punti di vista di persone diverse”. Una condizione evidente “proprio in questi giorni di rivolta araba, in cui possiamo conoscere punti di vista di persone molto distanti tra loro”. Dal canto suo mons. Severino Pagani, vicario episcopale per la pastorale giovanile della diocesi di Milano, si è soffermato sulla famiglia come “il soggetto più imprendibile che abbiamo tra le mani” perché “i vissuti di questi ragazzi non passano più da lì”. E dunque, per questa generazione che rischia di rimanere incompiuta, mons. Pagani ha invitato a “trasformare in reali le rivoluzioni virtuali, e per gli educatori il compito è quello di tramutare le informazioni di curiosità in informazioni di responsabilità”. Quindi Chiara Giaccardi, docente di scienze della comunicazione all’Università cattolica di Milano, ha ricordato che “i nuovi media possono essere un’occasione di coeducazione, perché i giovani sanno muoversi, ma non sanno dove andare, mentre gli adulti hanno la conoscenza ma non la pratica”. Giaccardi ha menzionato il lavoro di indagine svolto durante il convegno Cei “Testimoni digitali” (Roma, 22/24 aprile 2010) ed ha stimolato gli educatori affinché possano “incontrare i giovani educando su un terreno in cui si muovono meglio, senza essere delle autorità, ma avendo la giusta autorevolezza”.