LIBIA

Quanto sangue ancora?

Una domanda per la comunità internazionale

Il fermento del mondo arabo e nordafricano di questo periodo è certamente una straordinaria occasione di partecipazione. Ci si chiede però se l’esito di questo passaggio sarà quello dell’affermazione della democrazia o se i vuoti di potere determinati durante il cambiamento saranno occupati da nuove élite autoreferenziate e nuove dittature. Particolare preoccupazione destano i timori di un affermarsi dei movimenti fondamentalisti che, in collegamento con l’attuale potere iraniano, potrebbero avvelenare l’aria dei tanti Paesi a maggioranza musulmana e dell’intero pianeta.
Se una sottovalutazione del problema rischia di non prevenire in tempo le degenerazioni, analogo danno può venire da una sottolineatura eccessiva di questo pericolo. Molti politici occidentali, viceversa, enfatizzano sistematicamente il rischio di fondamentalismi. In molti Paesi ridurre quanto sta avvenendo al pericolo che gli integralisti prendano il potere rischia da un lato di legittimarne un ruolo che in realtà è largamente minoritario, se non assente, facendolo apparire molto più rilevante di quanto non sia con una straordinaria pubblicità gratuita. Dall’altro suscita reazioni negative tra i protagonisti della protesta che non si sentono "riconosciuti". Etichettati come ciò che non sono, vengono così spinti a chiudersi in sentimenti nazionalistici senza più cercare la relazione con un mondo esterno che non li capisce. Ed è proprio questa la condizione più facilmente vulnerabile alla predicazione degli integralisti.
Vi è una terza condizione che può favorire l’affermarsi di élite totalitarie e fondamentaliste: la confusione e il disfacimento degli apparati statali che la degenerazione bellica giocoforza determina. Questa è la scelta di Gheddafi che, di fronte alla piazza, anziché lasciare il potere decide di attaccare quella stessa popolazione da cui si faceva chiamare "fratello" e "guida". Lo abbiamo già scritto, Gheddafi ha paura. Il suo passato di azioni sanguinarie intorno alle quali ha costruito e cambiato alleanze lo perseguita. Pochi hanno così tanti e così diversi conti di sangue aperti nella comunità internazionale. Gheddafi non lascia il Paese non solo perché ha paura di perdere ogni avere, ma perché teme per la sua vita. E ora come un animale ferito nel corpo e nell’orgoglio ruggisce e lancia gli ultimi terribili colpi dei suoi artigli. In questi giorni ascoltiamo notizie alterne sull’andamento di quella che l’ex rais libico ha voluto a tutti i costi trasformare in una guerra civile. Ogni attacco, ogni colpo che distrugge una casa, ogni sparo che uccide un uomo creano una ferita che alimenta rancore. Quando dalle piazze salivano solo parole o al massimo pietre era possibile avviare una riconciliazione per costruire il futuro insieme. Ora il sangue rende tutto più difficile. Più lunga sarà la crisi libica e, in particolare, questa sua fase militare e maggiori saranno i rischi di infiltrazione e degenerazione fondamentalista, minori saranno le possibilità di un assestamento democratico sereno nella regione e più grandi i rischi di minaccia alla pace in Medio Oriente. Gheddafi vuole morire come Sansone distruggendo anche i germi della democrazia nascente e consegnandola nella bocca di quei fondamentalisti di Al Qaeda che a parole attacca sistematicamente nei surreali interventi televisivi come responsabili e ispiratori della rivolta.
Che fare? Un intervento internazionale sembra non più rinviabile. Gli Stati Uniti sono attivissimi sul piano diplomatico bilaterale e multilaterale e sembrano favorevoli all’invio almeno di forze di interposizione sotto l’egida dell’Onu. Il segretario generale della Nato ne ha parlato mettendo a disposizione le risorse dell’alleanza. La Francia con un lifting politico ha azzerato i vertici della sua politica estera per liberarsi dagli equivoci del passato, ha nominato un nuovo ministro degli Esteri e lo ha inviato immediatamente a riallacciare rapporti con i Paesi dell’area. In questo quadro l’Italia, per i mille legami con la Libia, dovrebbe recitare un ruolo privilegiato. Ma le relazioni spregiudicate degli ultimi anni a nulla valgono ora, con Gheddafi che coglie ogni occasione per accusare e disprezzare "gli italiani" per quanto sta accadendo. Occorre costruire consenso internazionale e intervenire rapidamente. Il sangue che scorre in Libia è vero, non è l’illusione di un videogame da giocare la domenica pomeriggio.