LOMBARDIA

Immigrati in calo

Una tendenza solo temporanea?

Meno immigrati in Lombardia, ma sempre in vetta nella classifica a livello nazionale. Il X rapporto dell’Osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità (Orim), realizzato da Fondazione Ismu e Regione Lombardia, registra per la prima volta nell’arco degli ultimi 10 anni un notevole rallentamento della crescita: tra il 1° luglio 2009 e il 1° luglio 2010 la variazione del numero d’immigrati stranieri presenti in Lombardia si è rivelata inferiore a quanto registrato nello stesso intervallo tra il 2008 e il 2009 per ben 92 mila unità (-83%). La contrazione dei nuovi ingressi, verosimilmente legata agli effetti della crisi economica, non porta però a un saldo negativo: alla fine del primo semestre del 2010 la popolazione straniera in Lombardia proveniente da Paesi a forte pressione migratoria è stimata in 1 milione e 188 mila unità (regolari e non), 18 mila in più rispetto al 1° luglio 2009. La Lombardia continua così a raccogliere quasi un quarto del totale dei presenti a livello nazionale, valutato in 5,1 milioni di unità. “Probabilmente il prossimo anno, viste le premesse degli sbarchi dal Nord Africa – ammette il coordinatore generale di Orim, Vincenzo Cesareo – la tendenza si potrebbe invertire”.Un’immigrazione giovane. L’indagine Orim 2010 si concentra tra l’altro sulla popolazione tra i 15 e i 25 anni che vive senza aver formato una propria famiglia. I risultati delle analisi mostrano come queste persone, se da un lato sono ancora in parte legate a tradizioni della famiglia di provenienza, dall’altro ostentano una forte vicinanza ai giovani italiani per abitudini, aspettative e progetti per il futuro. Per quanto riguarda l’appartenenza religiosa, “il comportamento di questi giovani – sottolinea Maurizio Ambrosini, sociologo della Caritas ambrosiana – non è legato alla credenza in sé, e neppure alla pratica rituale, bensì alle ricadute sociali della partecipazione a contesti religiosamente connotati. Questi contesti in realtà attraversano tutta la gamma dei luoghi di aggregazione considerati, svolgendo funzioni diverse ed esercitando un grado differente d’influenza sugli stili di vita e sui processi d’identificazione: possono essere semplici contenitori di forme di socialità costruite spontaneamente dai giovani stessi; possono organizzare e mettere a disposizione dei servizi che i giovani fruiscono in momenti definiti, senza porre in gioco né adesioni ideali né pratiche aggregative; possono proporre incontri formativi e spazi di confronto, ma con scarse ripercussioni sulla vita; oppure possono dar vita a forme associative che richiedono ruoli attivi e assunzione di responsabilità”.Crescono gli studenti. L’indagine affronta poi l’ambito scolastico, individuando “la consistenza degli alunni stranieri non nati in Italia per classe”. Nell’anno scolastico 2009-2010, spiega Elena Besozzi, dell’Università Cattolica, “le classi che superano la quota del 30% sono 218 nelle primarie e 423 nelle secondarie di primo grado”. Non solo, quindi, bambini delle elementari, ma si registra un “aumento in questi ultimi anni – evidenzia Besozzi – degli studenti nella scuola secondaria di secondo grado. I dati evidenziano, infatti, un tasso di crescita annuo più rilevante rispetto agli altri ordini di scuola: dal 2004-2005 al 2009-2010 si è passati da 12.518 a 31.129 studenti. Le scelte si orientano sempre verso gli istituti tecnici e professionali, ma si osserva anche una presenza nei licei, in particolare nel liceo scientifico e socio-psico-pedagogico, con una particolare rilevanza della componente femminile”.Il volto della crisi. Molte le situazioni in cui la crisi ha toccato anche gli stranieri, spiega il sociologo dell’Università Cattolica, Francesco Marcaletti. “La crisi – afferma – sembra aver accentuato la segmentazione del mercato del lavoro. Questa situazione ha dato sbocco a esiti ambivalenti, segnati in particolare da una marcata differenziazione di genere”. “A livello lombardo – precisa – la crisi occupazionale ha toccato in particolare i maschi stranieri, ovvero coloro la cui occupabilità risulta minata dalla concentrazione in settori e mestieri che, al contrario di quello che accade a livello femminile, per esempio con l’impiego in professioni di cura presso le famiglie, risultano maggiormente esposti alle fluttuazioni della domanda di lavoro. Ciò che si è determinato è un impatto della crisi ‘gendered oriented’, che nel riferire di una più intensa esposizione maschile alla disoccupazione riflette anche propensioni allo scoraggiamento e alla fuoriuscita dai circuiti del mercato del lavoro da parte delle femmine immigrate”.a cura di Francesca Lozito(09 marzo 2011)