EGITTO
Tensione nel Paese dopo gli scontri
"Sacrificheremo le nostre anime e il nostro sangue per la croce": hanno cantato così le migliaia di copti che il 10 marzo hanno partecipato ai funerali dei cristiani uccisi martedì scorso negli scontri settari tra musulmani e copti nel quartiere Moqattam, al Cairo. Tra i presenti anche un alto ufficiale dell’Aeronautica, in rappresentanza del capo del Consiglio supremo delle Forze armate, Hussein Tantawi. I fedeli che affollavano la chiesa di Saaman el Kharaz hanno issato anche cartelli con scritte "Copti e musulmani siamo mano nella mano, tutti egiziani".
Contrapposizioni politiche e religiose. Sebbene i funerali si siano svolti nella calma, l’esercito ha garantito la sicurezza nella piazza antistante la chiesa, dopo gli scontri "la situazione è ancora molto tesa. La contrapposizione è sia a livello politico che religioso. Per livello politico intendo piazza-militari-governo, a livello religioso mi riferisco a cristiani-musulmani". Per il padre salesiano Luigi Bergamin, che da anni vive e opera nella capitale egiziana, "sul piano politico si può dire che a detenere il potere, oggi, sono i militari che lo hanno parzialmente delegato al nuovo Governo, rinnovato appena due giorni fa. Al momento non è ancora chiaro fino a che punto i militari saranno disposti a cedere il potere al nuovo Governo e fino a che punto questo possa esercitare un’azione autonoma". Dal versante religioso, per il salesiano, "si nota l’intenzione dei Fratelli musulmani di assumere una parte egemonica con la minoranza cristiana che, invece, cerca di barcamenarsi come può. A volte subisce delle violenze. Qualche volta reagisce non opportunamente, perché poi ogni reazione ne chiama una opposta, innescando una spirale di scontro che non porta da nessuna parte". Il momento, conclude padre Bergamin, "è quindi di grande incertezza ed è impossibile prevedere sviluppi non solo a medio ma addirittura a breve termine. Una situazione fluida che la comunità internazionale dovrebbe monitorare per i rischi di deriva islamista che comprometterebbe tutta la regione mediorientale facendola diventare una vera polveriera".
Economia in crisi. A confermare lo stato di tensione è anche don Nabil Fayez Antoun, direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie (Pom) dell’Egitto. "Continua da 4 giorni una manifestazione dei copti di fronte alla sede della tv nazionale" cominciata dopo la distruzione da parte dell’esercito della chiesa di Atfih, nella regione di Helwan. "La rivoluzione dei giovani ha scatenato le diverse forze che sono presenti nella società egiziana, così come si stanno presentando tutti insieme i diversi problemi che da tempo affliggono l’Egitto afferma don Antoun inoltre la situazione economica è critica. Stiamo vivendo una fase molto confusa dove è difficile orientarsi. Speriamo comunque che prevalga la ragione sulla violenza". Anche perché con la svolta impressa all’Egitto dalle rivolte dei giovani potrebbero aprirsi spazi anche per i cristiani. "Ho tenuto un incontro nella cattedrale, ripreso anche dalla tv, con alcuni giovani di piazza Tahrir ed esponenti di alcuni partiti per discutere come anche i cristiani possano inserirsi nella nuova realtà, per dare il loro apporto al bene comune" chiosa il direttore delle Pom dell’Egitto.
Nodi al pettine e segnali incoraggianti. "Speriamo che questi incidenti rimangano isolati, perché stiamo assistendo a quello che da tempo vado dicendo, cioè che tutti i nodi della società egiziana verranno al pettine". Per padre Luciano Verdoscia, missionario comboniano, che opera da anni al Cairo con i ragazzi raccoglitori d’immondizia ("Zabbaleen"), che vivono nella zona di Moqattam, dove sono avvenuti gli scontri, "quello che è accaduto è indicativo di una situazione presente nel Paese che, da un lato, è data dall’ignoranza e, dall’altro, da un’interpretazione sbagliata della religione. Su questo punto anche diversi studiosi musulmani concordano sul fatto che vi sono delle interpretazioni non corrette di alcuni versetti coranici che autorizzerebbero discriminazioni nei confronti delle donne e dei cristiani. Anche il divieto alle donne di manifestare l’8 marzo, in piazza Tahrir, è un segnale negativo. Spero che la rivoluzione di popolo vada avanti per affrontare questi problemi, altrimenti, non si può escludere il fatto che il Paese scivoli verso la guerra civile, o lo scontro violento tra fazioni". "Esistono anche segnali incoraggianti conclude il missionario come la presa di posizione, opportuna e positiva, dell’imam di al-Azhar, Ahmed el-Tayeb, che ha condannato la distruzione della chiesa di Atfih, e del capo dell’esercito, che ha promesso la ricostruzione del luogo di culto". Sul futuro dell’Egitto gravano, dunque, ancora ombre, come sostiene il direttore della scuola salesiana del Cairo, don Renzo Leonarduzzi: "Penso sia molto difficile fare dei pronostici su quanto potrà accadere nel Paese. La situazione è molto delicata e tesa e il pericolo di un inasprimento del fanatismo non è affatto remoto".