LIBIA
Prima che torni l’ombra di Gheddafi sul Paese
Mentre gli occhi si riempiono di lacrime guardando sullo schermo ciò che resta della città di Minamisanriku, il mondo arabo prosegue il suo fermento. In Bahrein la contestazione ha raggiunto livelli di altissima tensione. I manifestanti hanno bloccato nella capitale Manama le strade principali, impedendo di fatto la circolazione. Il governo, dopo i tentativi di solleticare la popolazione distribuendo denaro e con la promessa di un’apertura costituzionale, si è rivolto al Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), l’organizzazione che unisce i sei stati del Golfo Persico, per una protezione militare vista l’impossibilità delle forze nazionali di riportare l’ordine nel Paese. La missione è stata assunta dall’Arabia Saudita il cui governo ha immediatamente inviato un numero massiccio di carri armati e soldati ad attraversare l’istmo autostradale che unisce l’isola del Bahrein con la terraferma araba. Uno spettacolo intenzionalmente impressionante, per mostrare anche in tv la forza e l’autorevolezza del governo saudita.
In Bahrein infatti la situazione è tesa, con la maggioranza sciita che se la prende con la famiglia reale sunnita e con gli immigrati indiani e pakistani ‘colpevoli’ di sottrarre lavoro e guadagni alla popolazione locale, ma stiamo pur sempre parlando di una nazione di poco più di un milione di abitanti. Il timore della corona saudita che come quella del Bahrein appartiene al mondo sunnita – è che il fermento possa sbarcare sulla penisola ‘infettando’ di germi antisunniti le popolazioni a maggioranza sciita delle regioni orientali, oggetto in queste settimane di una sistematica propaganda da parte del governo iraniano, il centro di potere più forte del mondo sciita.
Il nervosismo saudita era già apparso evidente a metà febbraio, quando l’ottantasettenne re Abdullah era stato fatto rientrare in anticipo da un intervento chirurgico negli Usa. In quei giorni il governo aveva anche fatto sapere a Mubarak di essere pronto a sostenerlo finanziariamente. Un passaggio trasgressivo, che attirò critiche da tutta la regione, che generò un atteggiamento successivo più cauto che ha privilegiato prese di posizione regionali. Per questo i sauditi hanno atteso il mandato del Consiglio di Cooperazione del Golfo per il Bahrein e hanno favorito il voto unanime nella riunione della Lega Araba che si è appena conclusa.
Anche la corona marocchina si sta muovendo. In un ampio e inatteso discorso alla nazione ha proposto una serie di modifiche costituzionali che non soddisfano del tutto le richieste di molti manifestanti ma costituiscono un importante punto di partenza. Ha proposto un tavolo di riforme costituzionali e un referendum a suffragio universale per l’approvazione del testo che ne scaturirà. Anche in Egitto le commissioni per l’elaborazione della nuova costituzione sono al lavoro e sono state già rese esecutive le nuove norme che consentono la libera creazione di partiti politici. In Tunisia si è appena costituito un nuovo governo, il terzo dalla fuga di Ben Alì, guidato dall’anziano Béji Caïd Essebsi, che sembra finalmente incontrare l’approvazione popolare. Essebsi, appena nominato, ha annunciato che la prossima settimana sarà in Marocco e ha già parlato con i nuovi dirigenti al Cairo.
Il fermento di questa primavera araba è insomma comune, sia pure con coloriture diverse, in tutta la regione. Una sola nota stona. Lacerante nella sua dissonanza, tragica nel suo delirio. È il ruggito ferito di Gheddafi che alla guida dei suoi mercenari colpisce e uccide la sua stessa gente, giocando spregiudicato sulle esitazioni internazionali. È due settimane che assistiamo inermi a questa scena. Gli insorti che conquistano senza sparare terre consegnategli dalla gente e dai soldati che abbandonano il dittatore. E poi l’aviazione, che uccide e libera il campo per il ritorno dei mercenari. Gli insorti non dispongono di armi pesanti: finché le milizie di Gheddafi potranno volare il dittatore avrà buon gioco, sino a riconquistare Bengasi. Tocca alla comunità internazionale intervenire, ma esita. Sul tappeto esistono due opzioni. La prima è la no fly zone, almeno sulla Cirenaica, a proteggere Bengasi. Sia chiaro è un atto militare, significa sparare sugli aerei che non la rispettino. Il secondo è l’iniziativa diplomatica, che deve essere forte e pubblica. La Lega Araba con un irrituale voto unanime ha chiesto al Consiglio di Sicurezza Onu la no fly zone. Gli europei si mostrano divisi, la Turchia non vuole, la Cina potrebbe porre il veto e gli Usa non vogliono forzare. Non saremo noi a chiedere di sparare, ma si corra almeno a Tripoli subito. E a trattare vada una delegazione internazionale ai massimi livelli. Nemmeno Turchia e Cina potrebbero tirarsi indietro. È questione di ore. Aspettare ancora significa uccidere, letteralmente, vite umane in Libia . E libertà in tutta la regione.