LIBIA
Gheddafi costretto al "cessate il fuoco"
La comunità internazionale finalmente reagisce per fermare il dittatore. E il primo risultato è positivo. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una severa risoluzione contro Gheddafi che impone il cessate il fuoco e la no fly zone, blocca tutti i beni esteri della famiglia Gheddafi e ne vieta l’uscita dal paese. Stati membri e organizzazioni regionali sono autorizzate ad intervenire per far rispettare la risoluzione e proteggere la popolazione civile. Gheddafi al momento del fuoco promette "l’inferno". Ma dopo 12 ore fa annunciare in due lingue dal suo ministro degli esteri Moussa Koussa il cessate il fuoco immediato. Inciampando con continue interruzioni nella traduzione inglese, il ministro libico spiega che "la Libia è membro delle nazioni unite e per questo non può che adeguarsi alle decisioni del Consiglio di Sicurezza". Dopo poche parole, peraltro, accusa la comunità internazionale di mettere a repentaglio i civili, perché le azioni aeree Onu sarebbero pericolose e perché il congelamento dei patrimoni all’estero impedisce alla Libia di onorare i pagamenti che dovrebbe sostenere in favore dei propri stessi cittadini.
Gheddafi ancora una volta cerca di sparigliare le carte per evitare di essere messo nell’angolo e prende tempo, mostrando che i suoi aerei sono fermi. Probabilmente, mentre le forze militari straniere ancora non hanno raggiunto la Libia, sta cercando di occupare nel frattempo tutti gli spazi possibili per trattare da una posizione di forza. Ma l’annuncio unilaterale lo forza comunque a termini e condizioni verificabili internazionalmente.
Prima di arrivare a questo punto le esitazioni erano durate molto, in un balletto diplomatico imbarazzante. Si aveva l’impressione che Bengasi fosse stata offerta in sacrificio al Drago che rifiuta di andarsene e il cui petrolio, magari a prezzi ribassati per superare l’isolamento internazionale, diventa un affare quando, per sorridere agli elettori, si chiudono da un giorno all’altro le centrali atomiche e si ferma ogni azione per il futuro.
Poi, durante la giornata di mercoledì 16 marzo, gli schermi di Al Jazeera e Al Arabia hanno trasmesso in diretta l’attacco in Bahrein delle forze del Consiglio per la Cooperazione del Golfo (l’organizzazione che raccoglie Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Uniti, Kuwait, Oman, Qatar). I militari del CCG, quasi tutti sauditi, hanno aperto il fuoco sulla folla che da oltre un mese occupava piazza della Perla come una nuova piazza Tahrir, chiedendo democrazia e sfoggiando foulard con la scritta "Né sciita, né sunnita, io sono bahreinita". Si è sparato ad altezza d’uomo, i militari hanno impedito l’accesso agli ospedali e a fine giornata un militare ha dichiarato olimpico alla tv nazionale che finalmente law and order, la legge e l’ordine, erano stati ripristinati, consentendo ai cittadini di tornare a lavorare.
La degenerazione nella piccola isola del Golfo Persico ha costituito probabilmente un segnale d’allarme acuto. Diversi commenti rilasciati in queste ore leggono la presa di posizione Onu in chiave esclusivamente libica, ma è difficile pensare che il superamento del veto su Gheddafi di paesi come Russia e Cina sia stato superato cosi facilmente in poche ore senza collocarlo in una prospettiva geopolitica più ampia. Vedere come la domanda di democrazia è stata spenta disinvoltamente usando la violenza ha preoccupato la comunità internazionale, una violenza usata in queste ore anche in Yemen e certamente favorita dall’impunità degli eventi libici, che stavano sdoganando la voglia di repressione e di ritorno all’oligarchia in tutta l’area araba.
Intervenire da parte del Consiglio di Sicurezza è stato dare un segnale a tutta l’area, dalla Tunisia allo Yemen, all’Arabia Saudita, non solo ai cittadini di Bengasi. Non per nulla poche ore dopo la risoluzione il re saudita Abdullah ha pronunciato in tv un inatteso discorso pacificatore invitando all’unità e alla preghiera comune, che non risolve affatto i problemi ma mostra la consapevolezza della necessità di aprire un dialogo con la gente, in Arabia come in Bahrein. Nel voto sulla risoluzione proposta da Usa, Francia, Libano e Gran Bretagna comunque non sono mancate esitazioni. Il peso dei cinque astenuti lo rivela: Russia e Cina che non vogliono precedenti utilizzabili in casa per Cecenia e Tibet, il Brasile che vuole accreditarsi come potenza non allineata e non allineabile e la Germania di Angela Merkel che da mesi prosegue una prospettiva ombelicale in cui il mondo è solo quello compreso tra il Reno e l’Oder-Neisse.
Che succederà ora? Occorre monitorare credibilmente e da subito il cessate il fuoco e avviare trattative accompagnate dalle Nazioni Unite per definire il futuro di Tripoli e della Cirenaica. Ancora una volta occorre fare in fretta. La risoluzione Onu è arrivata esageratamente tardi, e i giochi, cioè gli spazi occupati sul territorio, sono in parte già fatti. Ma, forse, le armi potrebbero tacere.