LIBIA
Senza più l’uso delle armi
L’intervento militare in Libia autorizzato dalla risoluzione 1973 ha ormai bloccato la repressione governativa. È il tempo di pensare al dopo, di organizzare la pacificazione. Il Papa ha lanciato ieri all’Angelus un forte appello proprio in questa direzione.
Ha ribadito la sua "trepidazione per l’incolumità e la sicurezza della popolazione civile", la sua "apprensione per gli sviluppi della situazione, attualmente segnata dall’uso delle armi". Ma ha cominciato ed ha esortato con parole incalzanti a guardare avanti. "Nei momenti di maggiore tensione ha detto si fa più urgente l’esigenza di ricorrere ad ogni mezzo di cui dispone l’azione diplomatica e di sostenere anche il più debole segnale di apertura e di volontà di riconciliazione fra tutte le Parti coinvolte, nella ricerca di soluzioni pacifiche e durature".
Proprio questo è il punto. L’impegno da parte della comunità internazionale e prima di tutto proprio della coalizione di volonterosi per cominciare ad organizzare queste "soluzioni pacifiche e durature" è ormai la scadenza più imminente e urgente. La capacità di arrivare a questo risultato rappresenta un punto e un impegno cruciale. Servirà a fugare tutti i dubbi di interessi particolari di piccola potenza nell’intervento da parte di questo o quel Paese e soprattutto ad offrire un orizzonte di approdo credibile per tutta l’area. In gioco c’è il futuro disegno del Mediterraneo e di conseguenza del dialogo di civiltà (ivi comprendendo anche le questioni fondamentali della libertà religiosa) e dello sviluppo economico, sociale e politico di tutti. Ne sanno qualcosa gli abitanti di Lampedusa, ma ormai tutti i cittadini italiani sono fortemente consapevoli di essere in prima linea: una consapevolezza che deve essere quella di tutta l’Europa.