TERREMOTO ABRUZZO

Il grido silenzioso

Due anni dopo la tragica scossa

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“In questo anniversario, sono preso da un desiderio violento di silenzio. Vorrei rimanere muto. Vorrei poter parlare solo con la vicinanza più sincera e affettuosa a chi ha perduto più di tutti gli altri in quella terribile notte. Ogni giorno mi scorrono davanti i volti di tutti i fratelli e sorelle che non sono più fisicamente con noi. Parlo con loro. Ma soprattutto parlo di loro al Dio di Gesù Cristo. Ecco, forse in questo anniversario, è bene parlare soprattutto di questi nostri fratelli che la morte ha strappato alla tenerezza del nostro amore, alla gioia della nostra amicizia, alla felicità del nostro sguardo. Ho detto che di loro parlo spesso al Signore. E a Lui chiedo: perché Signore?”. In occasione del secondo anniversario del terremoto de L’Aquila, l’arcivescovo mons. Giuseppe Molinari ricorda quei tragici momenti del 6 aprile 2009 sulle pagine dell’ultimo numero del quindicinale diocesano “Vola”. “Perché queste vite stroncate così? Perché queste storie che stavano sbocciando in sinfonie e colori diversi si sono concluse così tragicamente in quella notte terribile – si domanda l’arcivescovo –, in quella manciata di secondi che feriscono ancora, ogni momento, la nostra anima prima che la nostra memoria?”. Da quel giorno, prosegue mons. Molinari, “conservo sempre presso di me due immagini” che “non sono opere d’arte” ma “umili raffigurazioni del volto di Cristo che muore sulla croce e del volto di Maria, la Madre dei dolori”. Per l’arcivescovo, “fratelli e sorelle che quella notte ci hanno lasciato” ancora “ci parlano”: “Siamo costretti a constatare che il nostro sacrificio non vi ha insegnato nulla. È vero, vediamo le macerie della nostra città. Ma vediamo prima di tutto le macerie delle vostre anime. Macerie fatte di egoismo, di arrivismo, di odio politico, di menzogna, di sfruttamento, di ingiustizia. No, purtroppo, non avete imparato nulla. Ma fate ancora in tempo: ascoltateci!”.

Il contributo di ciascuno. Per mons. Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliare de L’Aquila, è importante ricordare “per renderci conto della fragilità della nostra esistenza, per toccare con mano l’incertezza delle nostre sicurezze e per saper apprezzare il valore del tempo che ci viene dato come pure per riconoscere umilmente l’importanza di tutto ciò che abbiamo e che in un istante può tutto finire”. Sulle colonne di “Vola”, mons. D’Ercole racconta che “le macerie stentano ad essere rimosse del tutto e gli edifici lesionati e ‘imbracati’ da impalcature di sicurezza, specie nel centro storico, stanno ad aspettare che la vita riprenda”. In un certo senso, “si vorrebbe voltare pagina, ma ancora è faticoso poterlo fare” eppure “dobbiamo non fermarci” perché “la speranza ci trascina verso il futuro e chiede a tutti di rimboccarsi le maniche per la ricostruzione della città”. Una ricostruzione, precisa il vescovo, “materiale certamente” ma “soprattutto umana e sociale, spirituale e religiosa”. Se si pensa alla città dei prossimi decenni, aggiunge, “motivi per lasciarsi prendere dallo sconforto ce ne sono tanti”; tuttavia, “mi sembra di percepire il silenzioso grido che viene dalle 309 vittime del sisma” ed è “un invito a lasciare da parte logiche d’interesse personale e beghe di ogni tipo per unire gli sforzi in una sinergia di intenti e di cuori tra tutti coloro che amano veramente questa città”. In tal senso, “il modo migliore per commemorare chi è rimasto sotto le macerie è togliere le macerie al più presto e, superando ogni intralcio burocratico, ridare volto di vita alle case” offrendo “ciascuno il proprio contributo sapendo che solo io posso farcela, ma non posso farcela da solo”.

Verso il futuro. “A due anni dal terribile sisma, L’Aquila ancora non riesce a spiccare il volo verso la rinascita. La politica locale, come si sa, è fortemente in crisi nonostante sembri risolta quella in Comune. Forti tensioni continuano ad esserci tra chi, come gli ingegneri, gli architetti, e i costruttori dovrebbero essere tra i protagonisti della ricostruzione. Inoltre la città è ancora priva di luoghi di incontro e socializzazione per i giovani e gli anziani. Dopo una efficiente gestione dell’emergenza, dunque, la tanto discussa ricostruzione sembra essere come una giacca tirata di qua e di là che non riesce a trovare nessun proprietario”. Così don Claudio Tracanna, direttore del quindicinale “Vola”, presenta la situazione attuale e il rischio di “uccidere quella speranza necessaria ora più che mai per guardare avanti verso il futuro”. Infatti, “speriamo che nessuno degli attuali responsabili della ricostruzione voglia essere annoverato dalla storia tra coloro che hanno ucciso la speranza di un popolo che vuole rinascere a tutti i costi” perché “accanto alla situazione appena descritta, c’è quella rappresentata dagli aquilani, quelli che non hanno responsabilità pubbliche, ma che nel silenzio della propria casa, del proprio ufficio o della propria attività, costituiscono la vera forza che sta evitando alla nostra città di morire una seconda volta dopo il terremoto”. L’augurio di don Tracanna è che nel giorno dell’anniversario “possa fiorire, nella steppa del post terremoto, il narciso della speranza” per “una città rinata dalle macerie”.