PIRENEI E SION

Due terre natali

Un pensiero del card. Roger Etchegaray

A quasi 46 anni dalla “Nostra aetate” (28 ottobre 1965) e dopo i documenti applicativi che l’hanno seguita (1974 e 1985), a che punto è il dialogo tra ebrei e cristiani? L’apertura di nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani è dovuta, in massima parte, a tre eventi: la Shoah; la nascita dello Stato d’Israele; il Concilio Vaticano II. Sono avvenimenti tra loro molto diversi; tutti e tre però segnano una svolta irreversibile: nulla può essere come prima. Su questi temi è uscito “Nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani” di Nathan Ben Horin, a cura di Piero Stefani (Edizioni Messaggero Padova). Il libro raccoglie riflessioni e testimonianze personali dell’autore – dal 1980 al 1986 a Roma in qualità di ministro plenipotenziario di Israele con il Vaticano -, attorno al ruolo assunto dalla Terra d’Israele nell’ebraismo. La prefazione del libro è stata scritta dal card. Roger Etchegaray, presidente emerito dei Pontifici Consigli Giustizia e Pace e Cor Unum.Difficoltà e importanza del dialogo. “Sono nato a Espelette, villaggio dei Paesi Baschi francesi. Sono molto legato alla mia terra”, ma “oggi so di avere due terre natali: oltre che alle falde dei Pirenei, sono nato anche a Gerusalemme, all’ombra di Sion”. Esordisce così il porporato nella prefazione del libro. “Senza la fede di Abramo e dei suoi discendenti – spiega il cardinale – non ci sarebbe neppure la nostra. La dichiarazione conciliare Nostra aetate, n. 4, inizia, in modo quanto mai conveniente, ricordando il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo”. In qualità di arcivescovo di Marsiglia, il card. Etchegaray ha avuto occasione di incontrare molti ebrei. “Ebbi anche l’onore, nel 1972 – racconta il porporato -, di accogliere nella mia casa arcivescovile la seconda riunione del Comitato internazionale di collegamento fra la Chiesa cattolica e le organizzazioni mondiali ebraiche”. “Questi contatti – aggiunge – mi fecero toccare con mano l’importanza, ma anche le difficoltà, del dialogo. Conosciamo troppo poco il mondo ebraico e restiamo spesso spiazzati dalla varietà degli orientamenti in esso presenti. C’erano ebrei ortodossi, che osservavano con rigore tutti i precetti, e c’erano altri di orientamenti più ‘liberal’ e dall’osservanza più elastica; ma tutti, senza problemi, si riconoscevano reciprocamente come ebrei”. Soprattutto, evidenzia il card. Etchegaray, “andavo scoprendo un aspetto giustamente rimarcato più volte in questo libro: vale a dire l’impossibilità di evitare connessioni politiche soggiacenti a temi religiosi come quello riguardante il legame, vitale per la fede ebraica, fra un popolo e la sua terra, la Terra promessa”.Vocazione permanente. Il card. Etchegaray ricorda il suo viaggio in Israele nel 1985, dove andò a nome del Papa a Yad Vashem, la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma, il riconoscimento reciproco tra Israele e Santa Sede (1994). “Ciò che mi sconvolge – ammette il porporato – è vedere la persistenza del popolo ebraico malgrado tutti i pogrom, guardare alla sua sopravvivenza dopo i forni crematori. Non c’è qui forse la testimonianza inoppugnabile di una vocazione permanente, di un significato attuale per il mondo, ma soprattutto all’interno stesso della Chiesa?”. Infatti, “la grande, inevitabile domanda che è posta alla Chiesa è quella della vocazione permanente del popolo ebraico, del suo significato per gli stessi cristiani. Non è sufficiente scoprire la ricchezza del nostro patrimonio comune”. Insomma, “la perennità del popolo ebraico crea per la Chiesa non soltanto il problema di relazioni esterne da migliorare, ma anche un problema interno che tocca la sua stessa definizione. Questa relazione, che non può essere vissuta se non come una tensione serena, non è forse uno degli elementi del dinamismo della storia della salvezza?”. Finché l’ebraismo rimarrà esterno alla nostra storia della salvezza, “saremo alla mercé di riflessi antisemiti”.Gesto inatteso. “La misteriosa differenza e l’incredibile parentela fra ebrei e cristiani – osserva il card. Etchegaray – devono portarci insieme sulla medesima via del pentimento, della teshuvah, che è alla base dell’insegnamento biblico. Abbiamo attraversato la storia nell’opposizione Chiesa/Sinagoga, provocata dall’indurimento degli uni e degli altri, in quanto ciascuno è legato all’indurimento degli altri. Su questa via della penitenza, Giovanni Paolo II resterà il nostro instancabile capocordata. Ha parlato molto spesso del perdono richiesto al popolo ebraico ferito a morte dalla Shoah. Ma a Gerusalemme, dopo la visita a Yad Vashem, accompagnò la parola con il gesto più inatteso per un papa, ma più familiare a ogni ebreo pellegrino, quando, appoggiandosi al suo bastone da anziano, infilò in una fessura del Muro Occidentale (popolarmente conosciuto come Muro del Pianto) queste parole: ‘Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e i suoi discendenti per portare il tuo nome alle genti. Siamo profondamente rattristati del comportamento di coloro che, nel corso della storia, hanno fatto soffrire i tuoi figli, e ti chiediamo perdono. Desideriamo impegnarci in una fraternità autentica con il popolo dell’alleanza’”.