UNIONE EUROPEA

Risposte urgenti e condivise

Non solo per l’emergenza immigrazioni

Il fronte militare libico, gli sbarchi di profughi in Italia, la stabilità finanziaria dei bilanci pubblici, la disoccupazione a livelli record, la sicurezza delle centrali nucleari: sono solo alcuni dei temi bollenti in discussione a livello europeo, sia nelle sedi istituzionali di Bruxelles e Strasburgo sia nelle 27 capitali degli Stati Ue. Le riunioni della scorsa settimana e quelle dei prossimi giorni dovranno dimostrare soprattutto se i governi di Parigi e Berlino, di Roma e Lisbona, di Stoccolma, La Valletta o Vilnius, credono veramente all’integrazione comunitaria nel quadro della collaborazione e della solidarietà, evitando egoismi nazionali, chiusure antistoriche, inconcludenti minacce di divisione.
Le sfide in atto richiedono risposte urgenti e condivise nel quadro dei Trattati e dello stesso “spirito” dell’integrazione che ebbe avvio sessant’anni fa, il 18 aprile 1951, con la nascita della Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio). Ma per consentire all’Ue di operare concretamente a vantaggio dei cittadini e dei Paesi aderenti, occorre anche assegnarle un bilancio adeguato, perché senza risorse nessuna delle politiche comuni avrà gambe per marciare. Ciò riguarda, per fare qualche esempio, le politiche di sviluppo regionale, quelle per la tutela dei consumatori, la difesa dell’ambiente, la risposta alle pressioni migratorie, la sicurezza delle frontiere, la ricerca sanitaria e quella spaziale, i programmi per la cultura e per i giovani…
A proposito di bilancio va segnalata la recentissima proposta di alcuni eurodeputati di diversi schieramenti politici che si sono concentrati soprattutto sulle modalità di finanziamento del bilancio Ue, attualmente foraggiato per quasi il 75% da trasferimenti nazionali in base alle dimensioni dello Stato membro. La proposta giunge al momento giusto, quando infatti prende avvio l’iter per il bilancio Ue 2012 e, soprattutto, la discussione sulle “prospettive finanziarie” (ossia il bilancio pluriennale). L’intento espresso dagli europarlamentari Alain Lamassoure (Francia, Partito popolare europeo, presidente della commissione parlamentare per i bilanci), Jutta Haug (Germania, Socialisti e democratici) e Guy Verhofstadt (Belgio, Liberaldemocratici), è quello di consentire un nuovo tipo di finanziamento del bilancio dell’Unione, svincolandolo dalle rimesse statali e rendendo di fatto l’Ue meno dipendente (in qualche caso meno “ricattabile”) dai governi nazionali. Con le modalità suggerite, le casse di Bruxelles sarebbero finanziate – a secondo delle scelte operate – con una percentuale sull’Iva già applicata ai consumi, con una tassa sulle transazioni finanziarie, con un balzello sulle emissioni di carbonio, con l’emissione di eurobond.
I tre deputati hanno presentato la loro proposta a Strasburgo il 6 aprile, dopo aver lavorato a stretto contatto con Centre for European Policy Studies e con Notre Europe. Si tratta di una buona base di partenza – senza la pretesa dell’esaustività – per riflettere sul futuro non solo del budget ma anche sul tipo di relazioni che gli Stati intendono intrattenere con l’Ue, dimostrando, per il tramite del bilancio, se e quanto credono nel processo di costruzione della “casa comune”. Del resto Lamassoure, Haug e Verhofstadt hanno unanimemente ribadito un concetto chiaro e al contempo preoccupante: “Non un solo euro, né nel budget 2010, né in quello per il 2011 e per il 2012, è stato previsto per finanziare le nuove competenze conferite all’Unione europea dal Trattato di Lisbona”. I capi di Stato e di governo hanno infatti stabilito che l’Ue deve “fare di più” (si pensi solo alla strategia Europa 2020 per la crescita e l’occupazione oppure all’avvio del Servizio diplomatico per l’azione esterna) senza peraltro assegnarle i fondi necessari per agire. Anche dalla risposta che sortirà su questo versante sarà possibile misurare il grado di “europeismo” dei governanti dei Ventisette.