EDITORIALE

Fuori dalla storia

Gli attacchi e i silenzi che ostacolano il cammino” “

Fuori dall’Europa! Oppure, Europa vade retro. Non passa settimana senza che qualche voce, più o meno autorevole e rappresentativa, nonché più o meno convinta, esprima il desiderio o la minaccia di recedere dall’Unione europea o di limitarne i poteri, lo spazio d’azione, la forza politica ed economica.Marine Le Pen, candidata del Front National alle future elezioni presidenziali in Francia, ha recentemente dichiarato che se diventasse il nuovo inquilino dell’Eliseo promuoverebbe subito un referendum con l’intento di “far uscire la Francia dall’Ue”. Pochi giorni prima avevano indicato la possibilità di “rescindere il contratto” – pur con altre ragioni – il presidente del Consiglio italiano e il suo ministro degli interni. Nel primo caso prevalgono motivazioni politico-elettorali, nel secondo si tratta di espressioni collegate al fatto che i Paesi aderenti all’Europa comunitaria non accorderebbero a Roma quella solidarietà concreta ritenuta necessaria per affrontare l’emergenza migratoria proveniente dalle coste nordafricane.Si può peraltro notare che le forze politiche euroscettiche se non antiunitarie, presenti nel vecchio continente sin dai tempi della firma dei primi Trattati (Ceca, 18 aprile 1951; Cee, 25 marzo 1957), da qualche anno hanno acquisito vigore propagandistico, consenso popolare e peso elettorale. Il Regno Unito pullula di esponenti contrari alle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo; lo stesso accade in Paesi un tempo fortemente europeisti, dai Paesi Bassi al Belgio, dall’Irlanda alla Grecia. Medesima situazione si evidenzia in vari Stati dell’est, dunque tra quelli di più recente adesione: la Polonia è, in questo senso, un caso emblematico e l’ex premier Jaroslaw Kaczynski è tornato alla carica in vista delle prossime elezioni nazionali e, più ancora, della presidenza di turno che Varsavia assumerà nel secondo semestre 2011.Sulla stessa scia si inseriscono – sempre per restare agli esempi – i “Veri finlandesi”, forza di ultradestra e nazionalista, vincitori delle elezioni del 17 aprile. Il loro leader, Timo Soini, ha puntato la campagna elettorale contro i flussi migratori e gli aiuti finanziari assegnati a Grecia, Irlanda e Portogallo, insistendo sulla necessità di bloccare il “fondo salva Stati” sul quale i 27 hanno raggiunto a fatica una accordo nel marzo scorso, dopo tanti dubbi e ritrosie.Se i populismi sembrano avere la meglio, se i nazionalisti di vari Paesi, le forze regionaliste e localiste, nonché le destre e le sinistre estreme invocano “meno Europa”, si fatica a sentire, sul versante opposto, le posizioni convinte dei grandi partiti storicamente europeisti, come i democratici cristiani, i socialisti, i liberali, i verdi. E non si scorgono statisti del calibro dei “padri fondatori” o dei Kohl, Mitterrand, Delors, politici in grado di motivare le prospettive di lungo periodo dell’integrazione europea.Quali i motivi? Di certo la crisi economica e gli accentuati flussi migratori hanno posto nuovi e reali ostacoli alla solidarietà europea. Allo stesso tempo l’Ue mostra – esattamente come i suoi Stati membri – inefficienze, lungaggini e contorsionismi politici e legislativi. Tutto ciò tende a raffreddare i sentimenti dei cittadini verso l’integrazione Ue. Ma se gli istinti antieuropei sono una scelta fuori dalla storia (isolazionismo politico, “autarchia” economica, xenofobia, sono elementi pericolosi, capaci di creare tensioni e rischi per la stabilità democratica e la pace), una risposta in grado di invertire la tendenza può venire solo da un nuovo slancio dell’Ue. Ne consegue una domanda: i leader politici nazionali attualmente al potere, le istituzioni dell’Unione e i cittadini europei sono in grado di percepire questa sfida e di perseguire, di comune accordo, risposte efficaci negli scenari attuali?