EDITORIALE
Non si può avere “più paura che desiderio”
C’è un giorno dell’Europa. Ma la costruzione dell’Unione europea è molto più di un giorno, spesso fatto di allestimenti periferici, brindisi ai più giovani, discorsi d’occasione. Il 9 maggio di ogni anno si ricorda la “Dichiarazione Schuman”. Viene evocata la comunicazione, avvenuta nel 1950, della proposta scritta da Jean Monnet e letta alla stampa da Robert Schuman, allora ministro degli Esteri francese. Fin dall’inizio, è stato un orizzonte di pace a motivare il progetto europeo. Per Schuman, come per De Gasperi e Adenauer, i tre padri dell’Europa, era fondamentale gestire insieme le materie prime che avrebbero potuto rappresentare la causa di una guerra, in quanto allora responsabili del potere militare: carbone e acciaio. Le prime parole di Robert Schuman mettevano subito in chiaro l’intento di dar vita ad un progetto comune per un continente in cui sono stati generati, in poco più di 20 anni, ben due conflitti mondiali: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. È questa la vera sfida lasciata all’Europa. Di quel tempo e di tutti i tempi. Nel 1950 erano le minacce di conflitti armati a motivare strategie di regolamentazione commerciale e di relazione tra i popoli. E questo è avvenuto con relativo “successo”, se si osserva, in particolare, la ricostruzione di Paesi dell’Europa centrale e dell’Est negli ultimi decenni del XX secolo. Oggi diventa urgente riproporre la sfida di Schuman. Con le stesse parole, ma pensando ai problemi e alle sfide che l’avvento del terzo millennio c’impone: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”.Come 60 anni fa, è il mantenimento della pace ad essere in gioco: oggi è la pace della persona e delle società, conquistata grazie alla capacità d’integrare il diverso, senza infrangere il rispetto dell’identità culturale e religiosa di un contesto sociale. Come 60 anni fa, è la creatività che urge avviare: oggi è lo sforzo creativo capace di produrre modelli di sviluppo e di rapporti economici e finanziari tra gruppi e nazioni, che offra a tutti dignità di vita e tuteli la giustizia e l’uguaglianza tra i popoli. Come 60 anni fa, è anche l’attenzione costante verso i pericoli che minacciano la pace ricercata che non può mai essere trascurata: oggi sono il pericolo di minor competenza e rigore nella pesante organizzazione burocratica delle istanze di governo dell’Europa. Anche i pericoli di desistere da un progetto che richiede, da parte tutti gli europei, impegni e sforzi costanti. Già in questo secolo, un protagonista attento e attivo della costruzione europea ha dichiarato che riguardo al futuro dell’Europa non si può avere “più paura che desiderio”. “L’immagine del domani coltivata risulta spesso sbiadita e incerta. Del futuro si ha più paura che desiderio “.La frase è di papa Giovanni Paolo II, ed è scritta nell’Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa. Un documento del 2003, nel quale si afferma la presenza di “Gesù Cristo, vivo nella sua Chiesa, fonte di speranza per l’Europa”. In questo documento, il Papa che ha sentito il prezzo della libertà in Europa e che ha lottato per la conquista dei diritti fondamentali di molti europei afferma che il Continente attraversa una crisi di speranza. E questo si deve al “tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo”. Nel 1950 l’identità cristiana dell’Europa e dei “padri” dell’Unione europea ha determinato un progetto di ricerca di pace per tutti i cittadini europei. Oggi quest’identità non può essere dimenticata né tantomeno nascosta, a rischio di dimenticare e nascondere la totalità del progetto di unione tra i Paesi dell’Europa.