EDITORIALE

Sofferenze che scuotono

Europa e Africa del Nord

L’ondata di cambiamento nel Nord Africa è inebriante nella sua espressione di un desiderio di autentica libertà politica e democrazia: è allarmante nel provocare forti conflitti militari di cui non è mai possibile prevedere tutte le conseguenze. È un’immane sfida all’Unione europea a seguire e a rispondere al rapido corso degli eventi. Come potrebbe essere altrimenti, a meno di non supporre che l’Ue possa prevedere o perfino controllare il corso degli eventi internazionali?La situazione di ogni Paese è diversa – ma le varie crisi si intersecano tra loro, costantemente e imprevedibilmente. La Libia non sarebbe scoppiata se non fosse stato per gli esempi in apparenza ben riusciti di Egitto e Tunisia. Tuttavia, il colonnello Gheddafi ha finora dimostrato di essere assai più resiliente (e brutale) di altri leader: mentre scriviamo il presente editoriale, la situazione militare è in una fase di stallo. Nessuno sa quando o come finirà l’intervento militare guidato dalla Francia e ora passato alla guida della Nato.Nell’Ue, la partnership tra Francia e Germania, che è stata così spesso il motore degli sviluppi dell’Ue, si è arenata, così come la Politica comune per la sicurezza e gli affari esteri, dati i ruoli contrastanti di Francia e Germania, che si sono astenute dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.Van Rompuy ha discusso appassionatamente al Parlamento europeo di Strasburgo dei meriti del contributo dell’Ue: “È stato evitato un enorme bagno di sangue”: l’Unione europea è stata “la prima ad imporre sanzioni pesanti; la prima ad imporre un divieto sugli spostamenti delle figure chiave del regime; la prima a congelare i beni libici”. È pronta “ad aiutare una nuova Libia, sia economicamente che nella costruzione delle sue nuove istituzioni”.Sorgono inevitabilmente seri problemi. Quando la protezione dei civili (compresa nel mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1972) si trasforma nel sostegno di una parte in quella che potrebbe essere nella peggiore delle ipotesi una prolungata guerra civile? I circoli cristiani discutono su fino a che punto siano stati soddisfatti i criteri della “guerra giusta”, le loro preoccupazioni si sono intensificate dopo i seri dubbi espressi dal Papa. Tuttavia, Van Rompuy ha ragione ad indicare che non era possibile attendere l’esito di un lungo dibattito etico prima di prendere una decisione.L’Europa e l’Ue non dovrebbero comunque proclamare a gran voce la propria virtù. I regimi ora sotto attacco o costretti alla resa in modo relativamente incruento sono stati sostenuti per decenni dagli Stati europei. In secondo luogo, in casi urgenti, le politiche migratorie e di asilo dell’Ue si sono rivelate gravemente inadeguate.L’Europa risponde in modo competente quando le sfide provengono dall’esterno: quando rifugiati e migranti passano in gran numero dalla Libia all’Egitto o alla Tunisia (o dal Darfur al Ciad, o dall’Afghanistan all’Iran), presumendo l’apertura pressoché illimitata di Paesi che normalmente teniamo in poca considerazione. Ma di fronte all’inevitabile conseguenza del proprio intervento, i nostri governi e l’Ue battibeccano tra loro, mentre numeri assai più ridotti (benché ancora impressionanti) minacciano di migrare in Europa.L’Ue proclama i propri “valori”, la propria capacità e dovere di influenzare il mondo per renderlo migliore. Tuttavia, un’idea cristiana fondamentale, che sarà sfuggita all’Europa secolare, è che il vero bene è non meno radicato nella coscienza dei propri fallimenti. È ammirevole alleviare le difficoltà altrove, ad esempio attraverso l’azione umanitaria: ma qualche volta i leader europei danno l’impressione di voler proteggere le vittime, sigillando allo stesso tempo l’Europa dalle sofferenze del mondo.