GIORNALISTI
Mons. Domenico Pompili sul ruolo dei professionisti dell’informazione
“La rassegnazione non serve, né, tantomeno, il cinico disincanto e la resa alla decadenza. Quello che ci si aspetta, da chi ha il compito di raccontare questa realtà, è di saper cogliere le sfide del nostro tempo”. È un passaggio dell’intervento odierno di mons. Domenico Pompili, Sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali, ai lavori della prima Scuola di alta formazione dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) che si è aperta ieri a Fiuggi. L’incontro, riservato ai dirigenti dell’Ucsi, si concluderà domani. Per mons. Pompili, “cogliere le aspirazioni profonde del nostro tempo, anche dietro le sue ‘ossessioni’ e le traduzioni riduttive, anziché normalizzare l’esistente sotto l’alibi del ‘diritto di cronaca’, o, peggio, farsi manovali della ‘fabbrica delle notizie’ ad uso e consumo di interessi di parte, è il compito ermeneutico ed educativo che spetta oggi al giornalista”. In tal senso, “il giornalista è l’ermeneuta dell’attualità, che ne fa emergere i significati non immediati e che dà luce alle realtà poco visibili; così come l’educatore, secondo Michel De Certeau, è ‘l’ermeneuta del senso nascosto'”.
Rete e ambiente. Dopo aver citato le parole del card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nell’apertura degli Orientamenti pastorali per il decennio “Non c’è nulla, nella nostra azione, che non abbia una significativa valenza educativa” -, mons. Pompili ha precisato che “forse oggi va riscritto in chiave educativa l’assioma comunicativo di Watzlawick: se è vero che ‘non si può non comunicare’, e che per il solo fatto che siamo corporei (con una postura, un’espressione, una scioltezza o rigidità…) comunichiamo qualcosa, è ancor più vero che ogni nostra azione compiuta di fronte ad altri è educativa (o diseducativa)” e “questa consapevolezza deve richiamarci alle nostre responsabilità”. Per prima cosa, ha aggiunto, “occorre la pazienza di ascoltare il reale e leggerne in controluce i bisogni”. Tra questi, “l’ossessione per la libertà e la perdita di autorità” perché “in realtà quella che dilaga sui media e nel contesto culturale contemporaneo è un’idea riduttiva di libertà, come assenza di costrizioni per poter essere aperti ad ogni possibilità”; quindi “la perdita del senso del tempo e la ‘svendita’ della tradizione”, “la svendita del sacro e la sacralizzazione degli idoli” con il passaggio “dal simbolo all’idolo” che “apre, al di là di se stesso, la relazione con qualcosa di assente che si situa su di un piano diverso della realtà, su un oltre che è anche ‘altro'”; infine, “la svolta tattile della cultura contemporanea” dal momento che “grazie all’onnipresenza dei media, oggi siamo immersi in un bagno sensoriale costante, in una sollecitazione continua, con un effetto ‘immersivo’ di perdita della distanza, della distinzione-valutazione e della critica”. Secondo mons. Pompili, “i media oggi non sono più degli ‘strumenti'” e hanno perso “i confini tra di loro e i confini con l’ambiente; ne fanno parte, sono essi stessi ambienti”. Così “la rete oggi è soprattutto ambiente in cui ci si immerge, e lo si fa secondo una modalità relazionale ‘orizzontale’, dove il principio di autorità non esiste e tutto è equivalente”.
Essere un testimone. Nel contesto descritto, sia dal punto di vista culturale che tecnologico, il giornalista cattolico ha “una grande responsabilità” e “il compito di difendere la pluralità del reale dal ‘letto di Procuste’ delle routines produttive” contrastando “una serie di rischi” come l'”insignificante che diventa evento”, le “rappresentazioni mutilate” e la “strumentalizzazione”. La responsabilità, ha aggiunto il direttore dell’Ucs, implica poi la “parresìa”: “Parlare di ciò che si è conosciuto come vero, per quanto scomodo e non conforme ai gusti dominanti; parlare in prima persona, assumendosi la responsabilità del proprio dire, dato che la realtà è complessa e la verità non può mai essere afferrata nella sua interezza. Essere, in altre parole, un testimone”. Inoltre “la ‘parresìa’, che è da sempre legata alla critica (e anche all’autocritica, e al mettere a rischio i propri privilegi, e persino la propria vita, e che quindi si configura come un’azione morale) è qualcosa di ben diverso dalla cattiva ‘parresìa’ cui ci hanno abituato i media, che consiste nel dire, senza preoccuparsi delle conseguenze, tutto ciò che passa per la testa, in un misto di ignoranza e ipocrisia (‘hypocrites’, nel teatro greco, era chi recitava una parte simulando qualcosa per ottenere vantaggi personali)”. “Il giornalista cattolico oggi ha la straordinaria possibilità di utilizzare la rete universale della Chiesa, che ha i suoi ‘sensori’ attivi in tutto il mondo, là dove le cose succedono e le persone affrontano i problemi reali, in sinergia con la rete digitale. E ha la grande responsabilità di conservare ha concluso mons. Pompili -, come un bene prezioso per tutti, credenti e non credenti, l’apertura a una trascendenza che ci libera e l’uso di un linguaggio che ci unisca”.