SIRIA

Promotori di speranza

I cristiani e l’appello di Benedetto XVI

"Il mio pensiero va anche alla Siria, dove è urgente ripristinare una convivenza improntata alla concordia e all’unità. Chiedo a Dio che non ci siano ulteriori spargimenti di sangue in quella Patria di grandi religioni e civiltà, e invito le Autorità e tutti i cittadini a non risparmiare alcuno sforzo nella ricerca del bene comune e nell’accoglienza delle legittime aspirazioni a un futuro di pace e di stabilità". Lo ha detto Benedetto XVI, domenica 15 maggio, dopo la recita del Regina Cæli, affacciandosi alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Un appello lanciato ad "Autorità e cittadini" subito raccolto dall’episcopato siriano che proprio domenica era riunito in assemblea a Damasco, come riferisce al SIR l’arcivescovo siro-cattolico della capitale siriana, mons. Elias Tabe. I cristiani in Siria sono circa il 5% della popolazione, un milione di persone su 21 milioni di abitanti, al 90% musulmani.

"Domenica eravamo riuniti in assemblea a Damasco, ospiti presso il patriarcato greco-cattolico di mons. Gregorio III Laham, e il nunzio apostolico, mons. Mario Zenari, ci ha letto il testo dell’appello del Papa ascoltato anche da numerosi diplomatici stranieri accreditati in Siria, tra cui l’ambasciatore italiano, e da alti rappresentanti del governo siriano".

Come avete recepito questo appello di Benedetto XVI?
"Abbiamo accolto le parole del Santo Padre con grande soddisfazione e speranza. Il suo è stato un gesto di grande vicinanza alla Siria".

Si tratta di un chiaro invito al governo e al popolo a lavorare per ritrovare concordia e unità…
"Ciò che sta accadendo in Siria da settimane, lo abbiamo sempre detto, è un complotto ordito da forze esterne. Un tentativo di chiaro neo-colonialismo. Certamente anche la Siria ha i suoi problemi, sarebbe stupido negarlo, ma questi si possono affrontare da parte del governo con giuste riforme e da parte del popolo manifestando civilmente e senza fare ricorso alla violenza. Quale Stato non ha bisogno di riforme?".

Da chi è ordito questo complotto esterno?
"Si tratta di fondamentalisti islamici anche wahabiti dell’Arabia Saudita, del Qatar. L’Islam in Siria è altra cosa rispetto a quello di altri Paesi arabi. Anche in Siria c’è la possibile infiltrazione salafita come in Egitto. Ascoltavo ieri (15 maggio, ndr) un intervento di un sunnita alla tv siriana: per lui sono tre le vie dell’Islam, quello wahabita saudita, quello integralista di Al Qaeda e quello che cerca di muovere i suoi passi in Turchia e ora in Egitto. Ma qui la situazione è ancora differente. Noi cristiani non abbiamo paura anche se ogni azione intrapresa da Paesi occidentali in questa regione, la storia lo ha dimostrato, ha portato svantaggi alla minoranza cristiana".

Come attuare l’appello del Papa alla convivenza e alla ricerca del bene comune?
"Cambiare e riformare dialogando e coniugando tradizione, consuetudine con le norme giuridiche. Non si riesce a dialogare quando c’è una base di violenza. Da governo e popolo è lecito attendersi collaborazione e cooperazione, mettendo da parte ogni forma di violenza. Da questo punto di vista non deve mai abbandonarci la speranza nel ricercare il bene comune, come il Santo Padre ci ricorda nelle sue parole".

C’è un contributo particolare che i cristiani siriani possono dare in questa ricerca?
"Quello di essere dei buoni cittadini, promotori di una visione di speranza e di miglioramento pacifico. I cristiani siriani non vivono separati dagli altri, tutt’altro, sono presenti ovunque e sempre hanno sostenuto il bene dello Stato, che deve essere laico e civile, lontano dal fanatismo e dall’integralismo".